L’Isola di Pasqua ha la forma di un triangolo con tre vulcani spenti messi ai vertici, si estende per 163 chilometri quadrati quindi è un pelo più piccola di Milano. Sta in mezzo all’oceano Pacifico, a migliaia di chilometri da qualsiasi luogo abitato.

Pasqua è il posto più lontano della Terra.

Come l’umanità sia arrivata sull’isola è ancora parzialmente un mistero. L’ipotesi più probabile è che canoe cariche di polinesiani coraggiosi, di polli e di qualche topo clandestino, siano partite dalle isole Pitcairn e Mangareva e che siano approdate sulle coste frastagliate di Pasqua nel 900 d.C. Si chiama così perché il navigatore olandese Jakob Roggeveen fu il primo europeo che sbarcò sull’isola: era la domenica di Pasqua del 1722.

L’Isola di Pasqua è famosa per i moai, le altrettanto famose statue gigantesche che spuntano dal terreno con un faccione severo che guarda il centro dell’isola. Sono statue alte fino a 10 metri e pesanti anche 80 tonnellate, ricavate da un unico blocco di tufo, una roccia vulcanica facile da scolpire. Ci sono 680 statue, spesso lontane chilometri dalle cave di tufo dove sono state scolpite coricate a faccia in su. Il mistero ancora da risolvere, una tra le cose più affascinanti dell’archeologia, è come accidenti abbia fatto un popolo senza animali da tiro, senza strumenti di metallo e senza la ruota a sollevare e trasportare blocchi di quel peso. Di sicuro gli abitanti dell’isola usarono funi resistenti e molti pali rigidi ricavati dagli alberi. E qui sorge un problema: sull’isola non ci sono alberi.

Ma non è sempre stato così. Un tempo l’Isola di Pasqua era ricoperta da una foresta rigogliosa.

Uno alla volta gli alberi caddero sotto i colpi delle asce di pietra degli isolani. La richiesta di legna era altissima, sia per il trasporto dei moai, sia per realizzare canoe e abitazioni, sia come legna da ardere per scaldarsi e per alimentare i forni crematori che conservano ancora enormi quantità di ceneri umane. E poi serviva spazio per coltivare gli orti. Sull’isola c’erano diversi clan con a capo sovrani che facevano a gara a chi costruiva il moai più grosso. Più grandi erano i moai, maggiore era la richiesta di legname. L’Isola di Pasqua fu completamente deforestata nel giro di qualche secolo.

Dall’analisi dei rifiuti accumulati nelle antiche discariche, gli archeologi hanno scoperto che gli isolani inizialmente mangiavano delfini, foche, pesci, uccelli marini e polli. Gli abitanti di Pasqua erano buoni contadini e dagli orti strappati alla foresta ricavavano frutta e verdura.

Con la deforestazione cominciarono a scarseggiare gli alberi e le conseguenze furono disastrose. Senza piante d’alto fusto era impossibile costruire canoe e senza canoe non si poteva pescare. Delfini, foche e pesci scomparvero dalle tavole e furono sostituiti dal pollame e dai ratti che, a differenza degli isolani, prosperavano. Senza la protezione degli alberi, la pioggia e il vento si mangiarono la terra, divenne difficile coltivare e gli orti non produssero più niente. Senza alberi fu impossibile spostare i moai e infatti se ne trovano a centinaia iniziati e mai finiti, abbandonati supini nelle cave di tufo. Tra questi c’è ancora il più grande, un mostro alto 21 metri (come un palazzo di cinque piani) e del peso stimato di 270 tonnellate. Nessuno avrebbe potuto sollevare e trasportare questo simbolo di un’ambizione cieca e senza fine.

Quando anche l’ultimo albero fu abbattuto, la fame era diventata un tormento insopportabile e fu così che gli abitanti dell’isola cominciarono a mangiarsi tra di loro. Insurrezioni, lotte tra clan e cannibalismo decimarono la popolazione.

Forse gli abitanti dell’Isola di Pasqua non sapevano nemmeno che al di là della vastità dell’Oceano ci fosse altra gente, proprio come noi non sappiamo se oltre i confini del Sistema Solare ci sia qualcun altro. La storia dell’Isola di Pasqua rischia di somigliare alla nostra. Pasqua come un piccolo pianeta fluttuava solitaria in uno spazio sterminato. La Terra è come uno scoglio con risorse limitate che se non si governano con giudizio sono destinate a finire. Le conseguenze non sono immaginabili. Oggi l’Isola di Pasqua è una meta turistica e ci vivono stabilmente circa settemila persone.

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