Per quanto sia impossibile darne una definizione universalmente condivisa, la parola “artista” accende almeno un riferimento chiaro nella mente di chiunque.
Di attivisti, specialmente quelli che si interessano della crisi climatica, si parla sempre più. Vuoi per i dibattiti generati dalle frequenti mobilitazioni, vuoi per il crescente spazio occupato sui social. Modalità, toni e obiettivi diversi, ma a grandi linee tutti hanno un’idea di cosa si tratti.
E poi all’intersezione tra questi due mondi, ci sono gli artivisti.
Ma chi sono?
Sono forse creature mitologiche simili a centauri che di giorno animano le piazze e di notte compongono sonetti?
Più o meno.
Si tratta di persone che usano la forza dell’arte per comunicare il proprio dissenso, dare forma al cambiamento che vorrebbero vedere nel mondo e ispirare chi hanno interno. Quindi sì, operano all’intersezione tra la rivendicazione politica e l’espressione artistica, ma nessuno zoccolo in vista.
Chi è Lotta?
Carlotta Sarina, in arte Lotta, è una giovane artista poliedrica e un’attivista per il clima.
Originaria delle colline di Salsomaggiore Terme, si è trasferita a Milano dopo il liceo per studiare musica. Qui, fuori dal Conservatorio, e mossa da una crescente preoccupazione per lo stato del pianeta, ha conosciuto il mondo dell’attivismo ambientale.
In Detonazione, uno spettacolo per voce e contrabbasso in tre atti, scritto e interpretato da lei stessa, Lotta, racconta proprio dell’urgenza che l’ha spinta a mettere la sua musica al servizio di una causa più grande.
Dopo aver portato lo spettacolo in tour nelle piazze europee e nei teatri italiani, Lotta ha da poco intrapreso nuovi percorsi di studio per ampliare e affinare la sua arte, con l’obiettivo di lottare contro le ingiustizie del mondo, sempre partendo dalla crisi climatica.
Di questo e molto altro abbiamo parlato in questa intervista!
La Detonazione di una contrabbassista
Allora provo a riassumere un po’ tutte le cose che fai: canto, contrabbasso, composizione, recitazione e attivismo. Potrebbero sembrare ambiti sconnessi tra loro, no? Invece sono gli ingredienti essenziali per quello che si definisce artivismo, quindi l’uso dell’arte per stimolare il dibattito su temi sociali, ambientali, politici e incoraggiare i cittadini all’azione.
Tu ti ritrovi in questa definizione? Dove risiede secondo te, la forza dell’arte per riuscire a raggiungere questo coinvolgimento rispetto ad altri canali di comunicazione?
Lotta:
Poco più di un anno e mezzo fa, ho capito che tutto il mio percorso all’interno della musica classica non dovevo abbandonarlo, ma dovevo metterlo al servizio della causa che veramente mi stava più a cuore: la questione climatica.
È avvenuto tutto come una detonazione, di colpo.
Ho iniziato a leggere, a informarmi, a entrare in contatto con forme di attivismo nelle strade, nelle piazze, con Fridays for Future, Ultima Generazione, Extinction Rebellion.
E poi questa rabbia che provavo dentro l’ho riversata subito nello scendere in piazza io stessa.
Dopo poco tempo sono partita e ho detto: “Lascio la musica, lascio tutto. Il mondo sta bruciando, devo fare la mia parte”.
Quindi parto per Strasburgo e lì, sul fiume Reno, davanti al Parlamento Europeo, ho capito che non dovevo lasciare la musica perché mi sono messa a cantare e ho visto che la mia musica, le mie parole, il mio canto valevano più di mille grida. Perché le persone si calmavano, entravano più in contatto con quello di cui stavo parlando.
La mia musica, le mie parole, il mio canto valevano più di mille grida.
Lotta
La musica veicola le emozioni
Questo l’ho notato fin da bambina. Già da piccola mi emozionavo sentendo canzoni (essendo molto legata alla musica classica, questo include anche pezzi d’opera). Poi andavo in profondità, leggevo i testi e a volte riuscivo a piangere, a emozionarmi, a essere felice su testi che in realtà erano molto sottili, che non andavano in profondità. Non ti chiedevano un cambiamento radicale della società.
Quindi ho pensato di mettere insieme queste due cose per far emozionare le persone, facendole avvicinare a una causa che porta bene non solo a loro stesse, ma a tutta l’umanità, tutto il pianeta.
Quindi ho iniziato a scrivere lo spettacolo. Sono tornata, mi sono chiusa in casa con la mia famiglia e i miei amici. E abbiamo scritto questa Detonazione, questo momento catartico che è avvenuto sul fiume Reno, quando mi sono messa a cantare.
All’interno di Detonazione, racconto come una contrabbassista è riuscita a far parte del suo pianeta, a far parte della società, a far parte del cambiamento, di quel movimento verso un nuovo mondo che dobbiamo creare, che è il mondo dopo la transizione ecologica. Una transizione che se vogliamo ancora vivere sereni su questo pianeta, dobbiamo assolutamente attuare il prima possibile.
Quindi, capendo che la musica poteva creare quel ponte tra messaggio e individuo, io ho iniziato e ho capito che non mi devo chiudere a nessuna strada. Infatti ho continuato per un po’ in Conservatorio, poi ho capito che volevo sperimentare di più la parola. Quindi ora mi sono spostata alla Scuola Holden di Torino, dove sto approfondendo appunto l’arte del narrare, del raccontare e nel mentre [io e il mio team N.d.R] stiamo pubblicando canzoni, stiamo scrivendo album.
Quindi non ci fermiamo mai.
Una cosa bella che posso dire proprio a cuore aperto è che ho capito che quando faccio attivismo con questo mio modo di manifestare, di urlare il mio dissenso, ovvero cantando, mi rigenero. Quando salgo sul palco e faccio Detonazione io sono felice.
A volte purtroppo mi guardo intorno e vedo tanta eco-ansia.
Tanti miei amici stanno male, io stessa molto spesso sto male. Grazie all’arte io ho trovato la mia valvola di sfogo. Quindi non solo mi aiuta a fare la mia parte, ma mi aiuta anche a salvare me stessa, si tratta di una vera detonazione.
Una rete di energia
L’energia che vediamo nei video delle tue performance è fortissima: un fuoco che accende le persone e i luoghi. Le persone che ti ascoltano, però, poi tornano alla loro quotidianità che è fatta di preoccupazioni e anche di una valanga mediatica di notizie spesso preoccupanti.
Come si fa a mantenere vivo quel fuoco anche dopo la performance?
Tu cosa cerchi di lasciare alle persone che ti guardano?
Lotta:
In Detonazione, quello che spero di generare è appunto un’onda d’urto che possa creare nelle persone che vedono lo spettacolo la stessa sensazione, la stessa voglia di fare qualcosa per il proprio pianeta che ho provato io sul fiume Reno quel giorno, ma mi rendo conto che molto spesso lo spettacolo non basta.
C’è questa frase alla fine:
“Questo QR code serve a rimanere in contatto con me”.
Frase per cui ho litigato con il regista perché volevo toglierla, mi sembrava troppo ego riferita, che rovinasse lo spettacolo proprio sul finale. Però dentro quel QR code [che rimanda alle pagine social di Lotta N.d.R.] c’è un mondo. È un nostro modo per rimanere in contatto, appunto per prenderci per mano, per accompagnare, come se fosse una piccola lanterna fatta della luce delle persone che ho conosciuto durante il mio viaggio e cercare di dissipare le tenebre dentro queste informazioni che veramente sono troppe.
Io ho fatto molta fatica all’inizio. Per fortuna avevo Fridays for Future ed Extinction Rebellion che mi hanno supportata in questo percorso.
Arrivano tante persone che mi dicono cose come: “Guarda, io ho provato questo durante il tuo spettacolo” o “Io faccio questo di mestiere. Come potrei unirmi alla causa non perdendo la mia passione? Ma su questo argomento chi posso contattare?”
E io intesso le reti, creo appunto i contatti.
Così le persone creano appunto se stesse, ma in una direzione che porta a creare veramente pian piano un mondo diverso che mette in primo piano il rispetto per l’essere umano e per l’ambiente.
Cerco di esserci per tutti. A volte è difficile.
Per fortuna ho un team di persone con me. Lo chiamo team, ma è una famiglia, un grande gruppo di amici. Io sono partita da sola come artista di strada e adesso siamo in dieci, è incredibile.
Io racconto solo quello che è successo a me per sperare che succeda anche ad altre persone e quindi insieme cerchiamo sempre di rispondere a tutti. Cerchiamo di essere sempre attivi sui social.
Quello che faccio su Instagram vale quanto quello che poi faccio durante lo spettacolo, perché poi lì è la sostanza e martello sempre sui punti che mi sembrano importanti. Cerco di non affrontare tutte le tematiche, ho scelto quelle che mi stanno più a cuore e martello su quelle.
Tutte le lotte hanno la stessa radice
Il legame tra arte e mobilitazione sociale sintetizzato nell’artivismo, non è nato con la crisi climatica. Vi sono numerosi esempi, passati e contemporanei, legati a diverse lotte sociali e politiche, ciascuna con la propria specificità.
Come si lega secondo te la lotta per il clima ad altre lotte parallele, tangenti o secanti?
Lotta:
Secondo me un grande problema istituzionale che si è riscontrato all’interno della lotta per la crisi climatica è che si è preso il clima come uno dei tanti problemi.
“Abbiamo il problema della disparità di genere, il problema dell’immigrazione, ah sì, e poi per ultimo c’è anche il clima. Lasciamolo lì, è più complesso, non si capisce niente. Cosa dobbiamo fare? C’è anche lui? Dobbiamo fare qualcosa? Assolutamente, ma lasciamolo lì”.
Invece no.
La crisi climatica deve essere la chiave di lettura per tutte le altre lotte, perché non ci può essere un pianeta giusto lasciando indietro una di queste. Sono tutte interconnesse. Come possiamo pensare di risolvere la disparità di genere o l’immigrazione quando c’è ancora la crisi climatica che accentua queste problematiche?
Per fare un piccolo esempio noi continuiamo a inquinare, a immettere CO2 nell’aria: il riscaldamento globale sale, la temperatura sale. Siamo quasi a +1.5°C [di aumento della temperatura globale media rispetto ai livelli pre-industriali N.d.R] . Mancano cinque anni al collasso climatico (con la chiusura della finestra temporale critica per raggiungere l’obiettivo di Net Zero N.d.R.).
Adesso stiamo vedendo che anche in casa nostra sta arrivando la crisi climatica.
Lo possiamo vedere in Toscana, oppure in quello che è successo in Emilia Romagna, o nelle Marche o a Ischia. Sta veramente diventando un problema sentito anche qui, ma dall’altra parte del mondo a causa della siccità ci sono persone che non riescono più a mangiare, che non hanno più niente, sono costretti a scappare e così nascono le guerre per le risorse.
Queste si inaspriscono sempre di più perché noi continuiamo a immettere CO2 con il nostro stile di vita: con cosa mettiamo nel piatto, con il modo in cui scegliamo di muoverci, attraverso i politici che scegliamo di votare.
Quelle persone scappano perché non hanno più niente, devono lasciare tutto perché dove prima c’era un lago, adesso c’è una pozza arida e non c’è più niente.
E quindi si aggravano il problema dell’immigrazione, della disparità di genere, perché non c’è tutela e non c’è educazione e avanti così.
E più la crisi climatica va avanti, più questo peggiorerà.
Quindi non possiamo pensare di lasciare il clima indietro perché il clima riveste tutte le altre lotte. Dato che siamo dentro questo pianeta, in questo pianeta è tutto interconnesso e di conseguenza, una volta aggiustato il clima, si può pensare di fare tutto il resto.
Tutto deve andare a braccetto in modo costante. Non si può lasciare nessuno indietro.
Io ho scelto di lottare per la crisi climatica perché mi sembra che sia la radice più profonda. Altrimenti parteciperei anche ad altre lotte.
Però ho capito che lì è il punto focale su cui bisogna concentrarsi, perché con un effetto domino poi anche il resto del mondo proverà più benessere.
Raccontare la complessità
A chi ti segue hai detto che la domanda che ti ha spinta ad approfondire lo story-telling è questa: “Qual è il modo migliore per raccontare la crisi climatica?
Usi questo verbo – raccontare – che è molto diverso da “parlare, dimostrare, spiegare” e rievoca il mondo della narrazione.
Perché è importante usare delle storie per comunicare la crisi climatica?
Lotta:
Questa intervista sta avvenendo proprio all’interno della Scuola Holden.
E sono felice di essere qui. Abbiamo iniziato questa chiamata dicendo che faccio tante cose, ed é perché sono affamata e sono curiosa. Veramente vorrei fare tutto.
E le cose che mi piacciono di più sono appunto la musica, l’arte, la scrittura, varie forme narrative, la poesia.
E quindi fin da bambina penso di essere stata ispirata dai racconti di mio padre, i racconti di mia nonna per farmi addormentare. La mia attenzione di solito era molto poca quando ero piccola. L’unica cosa veramente che riusciva a canalizzare la mia concentrazione erano le storie. Io potrei rimanere ad ascoltare qualcuno, parlare, raccontare per ore.
Quindi ho capito che forse questo è il modo migliore per appunto parlare della crisi più importante di questo secolo e forse la sfida più grande dell’umanità.
Ho letto anche tanti saggi sulla crisi climatica, tanti report. Mi rendo conto, però, che una persona che non è così nerd come me potrebbe non trovare il tempo all’interno della propria vita di analizzare tutto quel mondo.
Quindi c’è bisogno di fare un passo indietro.
Secondo me l’arte riesce anche ad andare oltre, a toccare le corde emotive, a semplificare concetti molto difficili, cercando ad esempio di prendere la crisi climatica e metterla all’interno di un personaggio che racconta la sua storia all’interno di questo mondo.
Io adesso in Detonazione lo faccio con me stessa. Ho parlato di me, ma questo non toglie il raccontare storie su altri milioni di personaggi, trovare vie alternative, creare altri mondi. Creare ad esempio un mondo dove posso farti vedere quello che sogno dopo la transizione ecologica, perché non dobbiamo avere paura di questo cambiamento.
Siamo esseri umani. Quindi il cambiamento, proprio scientificamente, ci fa paura, ma dobbiamo capire che questo cambiamento ci porterà tanta gioia, tanta vita, nel rispetto di noi stessi e degli altri esseri viventi.
E questo mondo, forse attraverso delle storie, è possibile raccontarlo per far sì che poi la gente riesca a immaginarlo.
Perché soltanto quando riesci a vedere una cosa la puoi costruire.
Adesso vedo molte informazioni del tipo “quanti giga watt di energia rinnovabile ha bisogno l’Europa per diminuire le emissioni causate dai combustibili fossili”.
Ma queste cose non fanno innamorare le persone. C’è bisogno di parlare alla pancia, c’è bisogno di parlare ai sentimenti, alle emozioni (ne abbiamo parlato anche in questa intervista con Mélissa Godin).
Se no, veramente non ce la facciamo, questo è il mio punto di vista e ovviamente tutto quello che faccio io non va da nessuna parte senza i dati, senza la comunità scientifica.
Io posso divertirmi a fare la mia arte soltanto perché ci sono scienziati, giornalisti, persone che studiano scientificamente questo fenomeno, questa crisi.
La soluzione è sepolta in gran parte nell’immaginazione. È improbabile che un mondo a impatto zero per emissioni di carbonio possa essere un riflesso di quello vecchio.
Andri S. Magnason – Il tempo e l’acqua
Far ballare interi cortei
Parliamo di Power, il pezzo a cui hai lavorato con il produttore Sharxx prossimo alla pubblicazione, che ha ritmato i cortei dello sciopero nazionale per il clima indetto da Fridays for Future Italia. Ci racconti un po’ com’è nato questo progetto e dove speri che arrivi?
È stato molto divertente e inaspettato, esattamente come lo spettacolo.
Mi trovavo a Milano e ad un certo punto mi arriva questa chiamata da Fridays for Future Italia e mi dicono “Ciao Lotta, vorremmo organizzare la manifestazione del 6 ottobre un po’ come è avvenuto a Parigi per le manifestazioni [contro la riforma N.d.R.] delle pensioni dove hanno utilizzato la musica per muovere i cortei, per unirsi sotto un’unica lotta attraverso la musica.
Tu avresti qualcosa per farci ballare?”
E io ho detto “Sì, sì, forse qualcosina”. In realtà, non avevo assolutamente nulla.
Quindi chiudo la chiamata e chiamo Sharxx [amico e produttore di Lotta N.d.R].
Ci mettiamo sotto una settimana. Veramente siamo diventati pazzi.
Ci siamo chiusi nella chiesetta sconsacrata dove abito a Milano e non siamo più usciti finché non è nata Power.
Un altro rapper che ci ha dato una mano si chiama Arsen, è venuto in chiesetta da me e mi ha detto: “Lotta, allora c’è da scrivere il testo, cosa scriviamo? […] Cosa cantate di solito alle manifestazioni?”.
Gli ho cantato un po’ di cori delle manifestazioni e poi mi è venuta in mente questa qui [Power to the people di John Lennon N.d.R] che è una delle prime canzoni che io abbia mai cantato alle manifestazioni.
E lui l’ha unita a Power, la canzone hip hop di Kanye West (Non sono proprio felice che sia di Kanye West, ma tralasciamo l’artista).
Così è nato appunto il singolo che presto uscirà.
È stato molto, molto divertente.
Dopo aver mandato il brano all’organizzazione, sono arrivate una serie di telefonate dai vari gruppi locali. C’era chi voleva tradurre il testo in italiano, chi aggiungere una coreografia, chi aveva un Dj per il corteo e voleva la versione più lunga, chi no e quindi aveva bisogno di quella più breve. Alla fine, Power ha ritmato la marcia nei cortei di tutta Italia.
Purtroppo il giorno del 6 io non ero in Italia, perché ero a Lugano a suonare la Nona di Beethoven. Però Sharxx appunto ha fatto ballare Roma: duemila persone davanti a lui, su questo carro. Persone che manifestavano la propria rabbia, la propria gioia, ed erano lì perché ci credevano. È stato bellissimo.
Non vedo l’ora di pubblicare questo brano.
Sinergie OltrAlpe
Bellissimo tra l’altro che l’ispirazione partita da Parigi sia anche tornata a Parigi. Il vostro pezzo è stato anche suonato anche nella manifestazione di ottobre di Alternatiba Paris, movimento cittadino francese per il clima e la giustizia sociale, no?
Lotta:
Esattamente, è stato incredibile. Questo è avvenuto il 13 ottobre.
Li avevo taggati [su Instagram N.d.R] per ringraziare Planète boum boum [collettivo artistico di Alternatiba Paris] di aver ispirato questo brano e mi hanno iniziato a scrivere. Mi sono messa in contatto anche con Matilde Caillard [tecno-attivista, militante di Alternatiba Paris N.d.R] che è stata un po’ l’eroina che ha preso in mano quest’onda creativa e ora siamo fomentati. Si sono messi in comunicazione con RemremX [il produttore di Planète boum boum N.d.R]. Poi RemremX si è messa in comunicazione con Sharxx e l’hanno riproposta [Power N.d.R.] anche dopo la manifestazione. E anche noi utilizziamo la loro canzone.
Il nostro sogno?
Se altri artisti ascolteranno questa intervista il nostro sogno è quello di creare è quello di creare qualcosa tutti insieme, fare un Woodstock climatico. Questo sarebbe il mio il mio sogno. Ovviamente non sulle spiagge, però ci piacerebbe tantissimo unire tutti quanti sotto la musica.
Perché?
Perché ci rende felici, ci rende carichi. Perché dobbiamo essere arrabbiati alle manifestazioni? Possiamo utilizzare quella rabbia e renderla qualcosa di più.
Ci sono stati dei commenti riguardanti queste manifestazioni in cui si sottintende che se ci si diverte, se si balla, se si canta, non si può essere presi sul serio.
E invece tu mi stai raccontando che questa carica positiva è importante per mantenere viva la lotta. Perché?
Lotta:
La rabbia è fondamentale. Se non ci fosse la rabbia vuol dire che ci va bene tutto così.
E quindi non vuoi un cambiamento? Non vuoi migliorare? Vuoi stare nel tuo brodo? Però il tuo brodo sta diventando caldo. Quella rabbia è la prima spinta.
Dopodiché c’è bisogno di una costanza.
Ma non puoi farti una vita di rabbia, una vita di odio, una vita dove si punta il dito.
È vero, le scelte politiche del nostro governo in questo momento ci stanno condannando, portando ad aumentare le emissioni [di gas serra N.d.R.].
Io faccio attivismo da un anno e sono finita in burn-out due volte, momenti dove proprio avevo bisogno di staccare tutto.
E mi chiedo come abbia fatto chi non aveva la musica, chi non aveva l’arte, chi non aveva questa valvola di sfogo?
Perché dobbiamo utilizzare solo la rabbia? Ripeto è la prima spinta, ma poi quando siamo lì alla manifestazione possiamo essere un’onda di persone che è lì perché ci crede e chiede un cambiamento. Che tu lo chieda urlando, che lo chieda cantando, che lo chieda bisbigliando va bene. Basta essere insieme, basta crederci davvero.
Io sono finita nella mia prima shitstorm grazie a Power, non mi era mai successo. Una grossa pagina social ha iniziato a dire cose del tipo “Ah, questi drogati, questi eco vandali che adesso usano la musica techno”.
E nulla, dentro di me dicevo: Ma se una persona si avvicina alla causa climatica per la musica techno e poi però metti che si innamora della causa, qual è il problema?
Cioè, si può anche passare da questa via.
Io sono passata dalla via della rabbia, ma uno può passare dalla via della gioia, poi arrabbiarsi e scendere in piazza. C’è bisogno di tutti qui dentro.
Vogliamo veramente cambiare il sistema?
Se vogliamo cambiare questo sistema, dobbiamo essere tutti uniti. Non possiamo dire “Tu no, tu sì”. Io lo trovo bellissimo.
Da una parte, se vogliamo essere positivi, questa crisi climatica ci sta dando tante possibilità di diventare persone migliori, esseri umani migliori.




