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Efficienza e sufficienza energetica: intervista con Yamina Saheb

Ripensare la produzione, la domanda e il consumo di energia è un nodo imprescindibile da sciogliere per una transizione verso un futuro realmente più sostenibile. Si tratta di temi spesso complessi. Per questo abbiamo intervistato l’esperta Yamina Saheb che ci ha aiutato a fissare alcuni punti di riferimento.

Annalisa Gozzi 15 min di lettura

La nostra ospite: un curriculum brillante

Yamina Saheb è una scienziata franco-algerina dall’incredibile curriculum in ambito di politiche energetiche e climatiche.
La professoressa Saheb, di formazione ingegneristica e specializzata nel settore edilizio, ha partecipato alla redazione del sesto ciclo di report pubblicato nel 2022 dall’IPCC, il gruppo internazionale di esperti sulla scienza climatica riunito sotto l’egida delle Nazioni Unite. In particolare, ha fatto parte del Working Group III che si occupa di raccogliere, valutare e sistematizzare i risultati raggiunti dalla comunità scientifica globale sulla mitigazione del cambiamento climatico: la riduzione del flusso di gas serra in atmosfera attraverso la riduzione delle fonti di questi gas e il potenziamento dei “pozzi” che li immagazzinano, come ad esempio le foreste.
Yamina Saheb ha lavorato presso l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), dove ha creato e diretto il Sustainable Building Centre nonché come analista di politiche energetiche presso l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Successivamente, ha ricoperto il ruolo di Senior Energy Policy Analyst presso il think tank OpenExp e svolto ricerche per il Joint Research Centre della Commissione Europea.
Oggi, la professoressa Saheb è anche docente presso la prestigiosa università SciencesPo di Parigi.

L'esperta Yamina Saheb

Il sogno di un mondo sostenibile

Yamina Saheb ha dedicato la sua carriera alla realizzazione di un mondo più sostenibile e più giusto.

In un post del 2016 pubblicato sul sito di OpenExp, la professoressa Saheb pronunciò il suo “I have a dream” in cui descrisse il sogno di un mondo basato sulla sobrieté énergétique (la sufficienza energetica) in cui le “tecnologie inefficienti del mondo avrebbero preso polvere nel Museo Internazionale dell’Inefficienza” e sarebbero state oggetto di lezioni di storia della tecnologia, in cui ai suoi studenti avrebbe raccontato della lotta, finalmente vinta, per ottenere le politiche necessarie alla diffusione di tecnologie e soluzioni efficienti.

Sognava che un giorno la Dichiarazione universale dei Diritti Umani recitasse:
“Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita efficiente dal punto di vista energetico e adeguato alla salute e al benessere proprio e della sua famiglia, che comprenda una produzione di cibo e abbigliamento efficiente dal punto di vista energetico, abitazioni a basso consumo energetico e a basse emissioni di carbonio, cure mediche e servizi sociali necessari”.
Insomma un mondo in cui non esistesse la povertà energetica, quella condizione in cui l’individuo deve ridurre il proprio consumo di energia in misura tale da influire negativamente sulla sua salute e sul suo benessere, e in cui il settore energetico non rappresentasse più un’impasse per la transizione ecologica.

La passione e la dedizione contagiose di Yamina Saheb non si sono affievolite negli anni, semmai si sono rinforzate, come potete leggere in questa intervista esclusiva per zeroCO2.

Un primo errore: dalla conservazione all’efficienza.

Di fronte all’incedere della crisi climatica, gli esperti di tutto il mondo chiedono a gran voce interventi urgenti. Una delle parole chiave delle loro richieste è “maggiore efficienza”, soprattutto in relazione al settore energetico.
Ora, se penso a qualcosa di efficiente, penso a un processo che dà gli stessi risultati, lo stesso output, richiedendo meno input.
Ci può spiegare come questo concetto si applica all’energia e in particolare al settore edilizio? Quali sono i temi sul tavolo e le principali prospettive per il futuro?

 Yamina Saheb: Per capire che cosa si intende per efficienza, dobbiamo tornare indietro agli anni Settanta, quando i Paesi dell’OCSE si trovarono ad affrontare per la prima volta la crisi petrolifera (1973-1974). Ciò che misero in atto all’epoca furono dei programmi di conservazione dell’energia, che è un concetto diverso dall’efficienza.

In quell’occasione nacque quella che oggi conosciamo come l’Agenzia Internazionale per l’Energia (1974), in cui alcuni paesi iniziarono a cooperare per ridurre la loro dipendenza dal petrolio. La conservazione dell’energia era una delle strategie per raggiungere questo obiettivo. Nel tempo, il concetto di conservazione è stato sostituito da quello di efficienza che è solo una componente della conservazione dell’energia, quella che riguarda il miglioramento tecnologico. Se vogliamo, si tratta di produttività. La definizione che hai dato di efficienza è quella corretta: a parità di output, si hanno meno input.

Negli anni Settanta e fino alla fine degli anni Ottanta, presso l’Agenzia Internazionale dell’Energia ci fu un gruppo di lavoro sulla conservazione dell’energia, in cui i rappresentanti di diversi Paesi si riunivano due volte l’anno per valutare quali fossero le esigenze della ricerca e quali le politiche necessarie. Negli anni Novanta, invece, i paesi dell’OCSE hanno celebrato quelli che hanno chiamato “I nostri obiettivi condivisi” (Our shared goals), e in questo documento la parola conservazione del mondo era scomparsa, sostituita dall’efficienza.
È stato un grosso errore.

Perché?

Yamina Saheb: Perché se si considera solo l’efficienza, non è possibile diventare indipendenti dal punto di vista energetico. Questo perché l’efficienza riguarda il miglioramento della produttività al livello delle componenti, ovvero della produttività del vostro computer portatile, del vostro frigorifero e di tutti gli apparecchi che abbiamo. E questo non è sufficiente, lo sappiamo.
Da quel momento, tutti i Paesi membri dell’IEA hanno adottato politiche di efficienza energetica. Tuttavia, questo non ha portato a una riduzione della domanda di energia, perché anche nella migliore delle ipotesi – se le tecnologie sono ben progettate, le politiche sono implementate e internalizzate dal mercato – l’efficienza porta a una riduzione del consumo energetico, ma non influenza la domanda. E ciò che dobbiamo fare dal punto di vista della crisi climatica è ridurre la domanda di tutte le risorse naturali, compresa l’energia.

Per fare questo abbiamo bisogno dell’altra componente della conservazione dell’energia che non è stata presa in considerazione quando siamo passati dalla conservazione all’efficienza, ovvero la sufficienza energetica.

La componente che abbiamo perso per strada: la sufficienza.

Yamina Saheb: L’AIE pubblicherà molto presto il suo Energy Efficiency market report per il 2023, in cui vedremo un miglioramento dell’intensità energetica (un fattore che misura l’inefficienza energetica del sistema economico di una nazione come unità di energia diviso unità di PIL). Essendo l’intensità energetica un rapporto, questo miglioramento non rappresenta, tuttavia, una riduzione della domanda.
Abbiamo bisogno di quella componente, la sufficienza energetica, che manca nelle politiche dei Paesi dell’OCSE. La Francia rappresenta un’eccezione in quanto è l’unico Paese in cui la sufficienza energetica è stata inclusa nella legge sulla transizione energetica nel 2015.

Per i non addetti ai lavori è un po’ difficile capire alcuni di questi concetti e come incidono sulla propria quotidianità. L’efficienza ci è un po’ più familiare; ad esempio, quando acquistiamo una nuova lampadina per la nostra casa, tendiamo a pensare in questi termini. Cerchiamo una lampadina che consumi meno e produca la stessa luce. Ma non conosciamo così bene il lato della domanda di energia, quello che riguarda la sufficienza. Come mai?

Yamina Saheb: Ci sono due ragioni. Primo, perché l’efficienza era già nel dibattito pubblico quando io ero studente. Io e i miei colleghi siamo stati formati su come rendere tutto più efficiente. All’università non siamo stati formati sulla sufficienza: quello è arrivato solo più tardi. Hai ragione, l’efficienza riguarda il miglioramento tecnologico e tutti noi siamo cresciuti con la nozione che la tecnologia è buona e rappresenta il progresso. Così, ad esempio, sostituiamo la lampadina a incandescenza con quella a LED. Questo tipo di sostituzione è qualcosa che si può fare al livello di cittadini. Se i LED sono disponibili, come è il caso oggi in Europa, è nelle mani dei cittadini decidere di acquistare la lampadina a LED più efficiente tra quelle in vendita. Certo, le politiche avrebbero dovuto aiutare ad avere i LED sul mercato.

A livello individuale, invece, non si può fare altrettanto per quanto riguarda la sufficienza, quindi la domanda di energia. Ad esempio, se rimaniamo nell’esempio dell’illuminazione: i nostri edifici sono costruiti in modo tale che abbiamo bisogno di luci artificiali. A Parigi, ad esempio, non abbiamo abbastanza luce diurna, quindi non possiamo fare a meno di usare l’illuminazione artificiale negli edifici. Come cittadino posso decidere di acquistare le lampadine più efficienti disponibili a Parigi, ma non posso ridurre le ore in cui avrò bisogno di tenere la luce accesa.

Non c’è un vero discorso su questi temi, mentre c’è un enorme discorso sull’efficienza. Così, ad esempio, nella prossima Conferenza delle Parti (COP 28), verrà presentata una proposta di raddoppiare l’efficienza entro il 2030. Questo obiettivo non ha alcun senso dal punto di vista della fisica, ma ha senso dal punto di vista politico. Se la dichiarazione rimane così com’è, non ci sarà nemmeno una parola sulla sufficienza, senza la quale non è possibile parlare di vera decarbonizzazione. Manca proprio questo discorso a livello politico ed è per questo che come cittadini non se ne sente parlare molto.
In secondo luogo, a livello individuale non si può fare altrettanto per quanto riguarda la sufficienza, quindi la domanda di energia. Ad esempio, se rimaniamo nell’esempio dell’illuminazione: i nostri edifici sono costruiti in modo tale che abbiamo bisogno di luci artificiali. A Parigi, ad esempio, non abbiamo abbastanza luce diurna, quindi non possiamo fare a meno di usare l’illuminazione artificiale negli edifici. Come cittadino posso decidere di acquistare le lampadine più efficienti disponibili a Parigi, ma non posso ridurre le ore in cui avrò bisogno di tenere la luce accesa.

Non c’è un vero discorso su questi temi, mentre c’è un enorme discorso sull’efficienza. Così, ad esempio, nella prossima Conferenza delle Parti (COP 28), verrà presentata una proposta di raddoppiare l’efficienza entro il 2030. Questo obiettivo non ha alcun senso dal punto di vista della fisica, ma ha senso dal punto di vista politico. Se la dichiarazione rimane così com’è, non ci sarà nemmeno una parola sulla sufficienza, senza la quale non è possibile parlare di vera decarbonizzazione. Manca proprio questo discorso a livello politico ed è per questo che come cittadini non se ne sente parlare molto.

Un’eccezione oltralpe

Yamina Saheb: L’unico Paese in cui si sente parlare di sufficienza, tradotta con il termine “sobriété”, è la Francia. Si tratta di un’eccezione nei paesi OCSE.
Dalla fine degli anni Novanta, in Francia c’è una ONG chiamata négaWatt, che ha preso in considerazione il concetto di sufficienza nei suoi scenari di transizione energetica. Per questo sono due decenni circa che questo concetto è noto ai cittadini e fa parte del discorso pubblico, anche se non sempre tutti hanno la stessa comprensione di cosa rappresenti. Per fare un esempio, quando abbiamo affrontato la crisi energetica in seguito al conflitto in Ucraina, nel suo discorso alla popolazione il Presidente Macron ha detto che avrebbe chiesto al suo Governo di mettere in atto piani di sufficienza energetica. Questo è stato un unicum tra i discorsi di tutti i leader dell’Unione Europea.
L’eccezione francese mostra che per portare questo concetto nel dibattito pubblico, serve che qualcuno prenda l’iniziativa. Questo “qualcuno” dovrebbe essere un responsabile politico. Purtroppo, spesso non possiamo contare troppo su di loro. Per questo credo che la società civile debba prendere l’iniziativa e diffondere il tema della “sobriété” nel dibattito pubblico di ogni Paese, trovando la parola adatta in ogni lingua.

L'approccio della ONG négaWatt
Un negawatt rappresenta un watt di energia che non è stato utilizzato, grazie alla conservazione dell'energia o all'uso di prodotti ad alta efficienza energetica.

Ragionare per sottrazione: i negawatt

I confronti con esperti del settore, come in questa intervista, possono servire per portare alla luce alcune nozioni, come quella della sufficienza energetica, che sono delle chiavi per realizzare i cambiamenti di cui abbiamo bisogno.
La prima volta che ho letto la parola negawatt ero molto incuriosita. In un certo senso mi sembrava controintuitiva. Ci può spiegare che cosa significa e qual è la rilevanza di questa nozione strettamente legata alla sufficienza energetica?

Yamina Saheb: La parola negawatt è stata inventata per errore. Dopo una conferenza tenutasi a Montreal nel 1989, lo scienziato americano Amory Lovins notò un typo nel rapporto redatto dalla Colorado Public Utilities Commission report in merito alla conferenza. Al posto di megawatt, nota unità di misura dell’energia, era stata riportata la parola negawatt. Quando se ne accorse, Amory Lovins disse “Oh, questa è la parola giusta”.
Poi in Francia un gruppo di ingegneri edili energetici, hanno usato questa parola per dare nome alla loro ONG – négaWatt – che sviluppò il primo scenario di transizione energetica che considera la sufficienza.

Oggi in Francia sono stati elaborati 3 scenari di transizione energetica che considerano la sufficienza. Abbiamo uno scenario della French Energy Transition Agency e uno scenario che include misure di sufficienza della Electricity Transmission Organization. Il lavoro più completo ad oggi in termini di scenari è quello svolto dall’Agenzia Francese per l’Energia, perché include quasi tutti i settori, e soprattutto è estremamente ben supportato dalla letteratura scientifica.
Non si tratta dunque di una semplice intuizione e molti esperti continuano a lavorarci. Hanno appena pubblicato, ad esempio, un’analisi di scomposizione degli scenari che hanno elaborato in cui mostrano l’importanza della sufficienza.
Ciò che è importante tenere a mente è che tutti questi tre scenari mostrano che senza politiche di sufficienza non possiamo decarbonizzare. E questo è esattamente ciò che abbiamo dimostrato nel rapporto dell’IPCC nel capitolo dedicato all’edilizia. Purtroppo, la sufficienza è stata discussa solo in questo capitolo. Avrebbe dovuto essere una discussione olistica, ma non è stato così. Noi abbiamo dimostrato che se escludiamo la sufficienza, trascuriamo un potenziale di riduzione delle emissioni negli scenari e nelle politiche.

Se ho capito bene, il negawatt è un concetto chiave in ottica di sufficienza perché si tratta di un modo per misurare la riduzione della domanda di energia. Rappresenta quindi una logica molto diversa da quella a cui siamo abituati e forse per questo richiede del tempo e un grande lavoro di divulgazione per essere assimilata, affinché guidi effettivamente le nostre abitudini e scelte di consumo quotidiane.

Yamina Saheb: Sì, per diffondere questo concetto, ciò che dobbiamo fare è portarlo negli strumenti politici dell’Unione Europea. Nell’UE le politiche climatiche ed energetiche che riguardano la domanda sono definite a livello unitario, ma sfortunatamente la parola sufficienza non compare in nessuno degli strumenti vincolanti dell’UE. Ha fatto la sua prima comparsa nello Strategic Foresight Report pubblicato a luglio dalla Commissione europea.

Dobbiamo quindi fare in modo che il prossimo Parlamento, la prossima Commissione incorpori la sufficienza nei suoi scenari. E quando avremo ottenuto questo, potremo vedere che c’è la potenzialità di risultati importanti.
Nel caso degli edifici, in base alle mie stime, in Unione Europea potremmo ridurre le emissioni del 30% in più se incorporassimo politiche di sufficienza. Non possiamo più permetterci di non ridurre le emissioni, dobbiamo sfruttare qualsiasi potenziale di riduzione che abbiamo.
Ecco perché abbiamo bisogno di scenari della Commissione che prendano in considerazione la sufficienza. In questo modo le persone si renderanno conto della sua importanza e ne discuteranno.

Si tratta di una strada a doppio senso, no?. Se questo concetto viene integrato nella politica, allora vedremo crescere la consapevolezza pubblica su questo concetto, e dall’altro canto la società civile e hub di esperti come i think tank possono portare loro stessi questi concetti sul tavolo dei responsabili politici.

Yamina Saheb: Sì, dobbiamo farlo e dobbiamo farlo molto rapidamente, perché non c’è più molto tempo. La finestra di opportunità per ridurre le nostre emissioni per evitare di finire in una zona davvero oscura in termini di cambiamento climatico si restringe ogni giorno di più, ed è per questo che dobbiamo accelerare. Non abbiamo il tempo che il concetto di negawatt ha avuto in Francia per diventare mainstream grazie a 23 anni di discussione.
Inoltre, oggi la difesa della sufficienza è più solida dal punto di vista scientifico rispetto a 23 anni fa. Per questo non dovrebbe essere così complicato inserirla nelle politiche, ma dobbiamo insistere.

Mentre ci auguriamo che questa spinta porti a risultati concreti il prima possibile, il cambiamento climatico sta avendo un grande impatto su tutti, ma non ovunque allo stesso modo. L’intensità varia molto da paese a paese e non tutti sono ugualmente in grado di difendersi da questi impatti. Allo stesso tempo tutti noi dobbiamo contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici, ma non tutti siamo attrezzati allo stesso modo. Quindi, il tipo di azioni che posso mettere in atto e il potere che ho per mitigare il cambiamento climatico è molto diverso da quello di una persona che vive in condizioni socioeconomiche e politiche molto diverse. Quindi, su questo punto, vorrei chiedere una sua riflessione su come la sufficienza si relazioni con il concetto di equità.

Yamina Saheb: Ti riporto la definizione che ho incluso nel rapporto dell’IPCC: “La sufficienza è l’insieme delle politiche pubbliche che evitano la domanda iniziale di risorse naturali (l’energia è una delle risorse naturali) mentre garantiscono il benessere di tutti (e questo è l’aspetto dell’equità) all’interno dei limiti planetari”.

Nel caso dei Paesi dell’UE (+ UK) è stato fissato un obiettivo di neutralità climatica entro il 2050. Ora questo obiettivo sarebbe raggiungibile entro il 2033 grazie a delle politiche di sufficienza, ma lo abbiamo spostato in là di 17 anni. Il divario tra il 2033 e il 2050 è uno spazio in cui ci arroghiamo il budget di carbonio di qualcun’altro.
In pratica stiamo colonizzando l’atmosfera. Dobbiamo rivedere il nostro pacchetto di politiche climatiche ed energetiche dell’UE. Non è sufficiente solo parlare di equità, che è ciò che abbiamo fatto finora. Dobbiamo metterla in pratica, e questo sarebbe molto vantaggioso per noi, perché significa accelerare l’uscita dai combustibili fossili. Dobbiamo essere più rigorosi nelle nostre politiche. Si tratta di generare un impatto positivo per noi [europei] e anche di giustizia dal punto di vista etico. Avrebbe un impatto positivo anche perché non saremo più (giustamente) accusati di aver colonizzato l’atmosfera.

Abbiamo l’opportunità di essere veri leader del clima in Europa, anche perché l’anno prossimo ci saranno le elezioni europee. Come cittadini, quello che possiamo fare è assicurarci di esercitare una pressione sufficiente per far sì che le persone che manderemo al Parlamento europeo siano le persone giuste, quelle che si batteranno davvero per la continuazione della vita su questo pianeta, e non quelle che rimanderanno l’azione per il clima.

Abbiamo l'opportunità di essere veri leader del clima in Europa, anche perché l'anno prossimo ci saranno le elezioni europee.

– Yamina Saheb

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