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COP28 di Dubai: aspettative e contraddizioni del summit sul clima

Dal 30 novembre al 12 dicembre 2023 Dubai ospiterà COP28. Il summit è il più atteso appuntamento annuale di governance climatica e corona quello che con ogni probabilità sarà decretato l’anno più caldo registrato ad oggi. Tra critiche e auspici, quali sono le aspettative sul vertice?

Leggi tutto su cos’è la COP, dove si svolge la COP28 e quali sono le previsioni per l’appuntamento annuale più importante sul cambiamento climatico.

Annalisa Gozzi 18 min di lettura

Tutti parlano di COP, ma che cos’è?

A meno che non stiate facendo un periodo di detox da qualsiasi fonte di informazione – digitale, cartacea, scritta o orale che sia – è quasi impossibile che in queste settimane non abbiate mai sentito nominare la COP28. Si tratta del più atteso vertice sul clima dell’anno.

Ormai mancano pochi giorni all’avvio del summit e gli animi degli addetti ai lavori fremono.

Ma facciamo un passo indietro: che cos’è la COP?

L’acronimo inglese COP sta per Conference of the Parties – in italiano Conferenza delle Parti – ed è il summit annuale dei paesi che hanno firmato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC).

Per far sì che tu ti possa orientare, ti presentiamo qui sotto una breve storia delle COP

Breve storia delle COP dal 1992 ad oggi

La Convezione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, adottata nel 1992 a Rio de Janeiro durante la Conferenza ONU su Ambiente e Sviluppo, è stato il primo strumento per contrastare i cambiamenti climatici sviluppato a livello internazionale.

Il testo del 1992 non stabilì limiti vincolanti alle emissioni degli stati partecipanti, ma previde la creazione di una Conferenza delle Parti (COP) come organo supremo delle Convenzione (art. 7).

Quest’organo è tenuto a riunirsi periodicamente per “esaminare l’attuazione della Convenzione e di qualsiasi strumento giuridico correlato che la Conferenza delle Parti possa adottare, e prenderà, nell’ambito del suo mandato, le decisioni necessarie per promuovere l’effettiva attuazione della Convenzione”.

Cosa significa? Significa che le COP sono – o comunque dovrebbero essere – la sede in cui mettere nero su bianco gli impegni per contrastare la crisi climatica a livello intergovernativo mondiale.

Due sono stati i principali accordi raggiunti dalle COP nel corso della loro storia:

  1. Il protocollo di Kyoto (1997) adottato alla COP3 come primo strumento di diritto internazionale volto a mettere in atto i principi e gli obiettivi della UNFCCC.
  2. E il successore da cui è stato spodestato: l’accordo di Parigi, raggiunto nel 2015 durante la COP21 con un’adesione pressoché universale.

L revisione degli impegni presi sotto questi accordi, il monitoraggio dei progressi fatti e la negoziazione dei prossimi passi sono il cuore delle COP.

Tuttavia, GLI interessi economici e politici spesso inquinano le discussioni, rallentando od ostacolano progressi significativi. Anche quando gli accordi vengono raggiunti è difficile garantire che vengano osservati per via del delicato gioco di equilibrio tra obbligatorietà e partecipazione (spoiler: non ci sono vere sanzioni per chi non ottempera agli impegni dell’accordo di Parigi).

Il senso di urgenza per un'azione climatica ambiziosa in vista della COP28 non è mai stato così alto.

Samantha Burgess, vicedirettore del Servizio Cambiamenti Climatici di Copernicus

COP28: il summit del “climate boiling”

A luglio 2023, il Segretario delle Nazioni Unite António Guterres è comparso sulle maggiori testate internazionali annunciando l’inizio dell’era del “global boiling”. Secondo Copernicus, il programma satellitare di osservazione della terra dell’Unione Europea, ciascuno degli scorsi cinque mesi ha infranto il record di temperatura media globale registrata in quel mese. Un susseguirsi di primati per il 2023 che preoccupa sempre più, ma che ha quasi smesso di stupire.

Alla luce di questi dati, Samantha Burgess, vicedirettore del Servizio Cambiamenti Climatici del programma ha dichiarato: “Possiamo affermare con quasi certezza che il 2023 sarà l’anno più caldo mai registrato, e attualmente è di 1,43ºC al di sopra della media preindustriale. Il senso di urgenza per un’azione climatica ambiziosa in vista della COP28 non è mai stato così alto”.

Appena nove giorni dopo questa dichiarazione, venerdì 17 novembre, è stato registrato per la prima volta un aumento della temperatura media globale di +2.07°C rispetto ai livelli pre-industriali (1850-1900).

Quasi a sfidare l’esperta: l’urgenza continua a crescere.

L’accordo di Parigi pone l’obiettivo di rinforzare la risposta globale ai cambiamenti climatici per mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli pre-industriali e fare tutto il possibile per limitare l’aumento a 1.5°C.

Alla luce delle temperature registrate quest’anno, la domanda sorge spontanea: questi obiettivi climatici sono ormai anacronistici? Sì e no.

No, per una serie di ragioni.

  1. Una rondine non fa primavera. Un’anomalia giornaliera o comunque puntuale (sebbene ripetuta) non significa che la soglia dei 2°C, e quindi degli 1.5°C, sia stata ormai bruciata. Questi limiti si riferiscono, infatti, alla media dell’aumento della temperatura lungo vent’anni.
  2. Mancare l’obiettivo iniziale non giustifica l’arrendersi. L’organo scientifico dell’ONU sui cambiamenti climatici, l’IPCC, ammonisce che ogni decimo di grado è importante. Dentro ciascun +0.1°C si inscrive il sacrificio di vite umane, ecosistemi e infrastrutture, e prospettive per un futuro meno critico. Dobbiamo continuare a pretendere obiettivi ambiziosi.
  3. Sulla base dei trend delle emissioni globali, anche gli scenari più ottimistici prevedono un “overshooting” temporaneo, ovvero il superamento “praticamente inevitabile” della soglia di + 1.5°C prima del 2030. Questo non significa, però, che ogni speranza sia perduta. Il tema diventa fare di tutto per limitare la durata di questo “overshooting” e riportare l’aumento della temperatura globale al di sotto di quella soglia entro la fine del secolo.

Il vero fattore anacronistico risiede nella lentezza delle risposte. Non è più il tempo – se mai lo fosse stato – per negoziazioni timide, parziali e spesso inconcludenti. A fronte della necessità di una riduzione del 43% delle emissioni rispetto ai livelli del 2019 entro il 2030, oggi il programma ONU per l’Ambiente (UNEP) prospetta una riduzione effettiva di appena il 2%. I toni di queste conversazioni, e soprattutto gli impegni che ne conseguono, sia in termini di mitigazione che di adattamento ai cambiamenti climatici, devono riflettere l’urgenza della situazione.

Le emissioni di gas serra devono colare a picco, e devono iniziare a farlo oggi.

In questo scenario particolarmente critico, sembrano essersi scongelati i rapporti tra U.S e Cina, i maggiori emettitori rispettivamente della storia e di oggi. Lo scorso 14 novembre il presidente Xi Jinping ha incontrato Joe Biden per parlare di cooperazione climatica. Al di là dei dubbi sui fini dell’accordo, l’incontro è stato accolto da molti come uno slancio di ambizione necessario prima del summit globale di Dubai. Un’ambizione di cui c’è disperato bisogno.

le anomalie di temperatura 2023
la soglia dei 2 gradi

La principale aspettativa della COP28: il primo global stocktake

La principale aspettativa proiettata sul summit di Dubai è la conclusione del primo global stocktake. Si tratta del processo di revisione e valutazione su base quinquennale degli sforzi realizzati dai paesi che hanno ratificato l’accordo di Parigi. Una specie di check-point per valutare i progressi fatti verso il raggiungimento degli obiettivi dell’accordo.

L’iter di revisione prevede tre incontri di dialogo tecnico, i cui risultati confluiscono in un rapporto di sintesi. Questo documento fotografa i risultati raggiunti, evidenzia le aree chiave in cui continuare a lavorare e le principali barriere da abbattere.

Che cosa ci dice questo rapporto nel 2023? Che siamo decisamente fuori strada.

Procediamo verso un aumento di temperatura ben al di sopra degli obiettivi sanciti dall’accordo di Parigi (+2.6°C) mentre le emissioni non accennano ad arrestarsi.

Il messaggio da portare a casa è semplice e si riassume nelle due percentuali che ci separano dall’obiettivo net zero per il 2050: tagliare le emissioni del 43% entro il 20230 e del 60% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019.

Sulla base dei risultati di questo processo di valutazione, i governi membri dell’accordo dovranno aggiornare i propri Nationally determined contributions (NDCs), ovvero piani di azione per il contrasto alla crisi climatica da stilare ed aggiornare ogni cinque anni. La call per presentare il prossimo ciclo di NDCs scade nel 2025.

NDCs dell'accordo di Parigi
i prossimi passi dopo il global stoctake

I temi in agenda per la COP28

Considerata l’urgenza e la complessità del cambiamento climatico, i temi di cui si parlerà alla COP28 sono molti e spesso intrecciati tra loro. Quattro saranno le tematiche trasversali che dovranno essere integrate in tutte le discussioni e negoziazioni del summit: Tecnologia e Innovazione, Inclusione, Comunità in prima linea e Finanza.

Ma quali tavoli di lavoro sono i più attesi di questa COP?

i temi della cop28

I buchi della finanza climatica

Una delle eredità più importanti del summit dello scorso anno in Egitto, COP27, è stata la decisione di creare il fondo Loss & Damage (perdite e danni) per il trasferimento di risorse finanziarie agli stati più vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico, accolto con grandissima emozione dai delegati del sud globale.

Si tratta di una questione pregna di giustizia: i paesi che fanno affidamento su queste risorse per resistere agli impatti del cambiamento climatico sono quelli storicamente meno responsabili del problema.

Tuttavia, secondo quello che sembra essere diventato il modus operandi della diplomazia climatica, la definizione dei dettagli è stata rimandata all’anno successivo, a COP28, sebbene la decisione arrivasse già dopo decenni di pressione.

Come quando dopo ore di discussione con gli amici si è stabilito solo che a capodanno si andrà a sciare, ma senza decidere dove.

Il vertice della COP che si apre il 30 novembre 2023 avrà finalmente il compito di definire i meccanismi di operatività del fondo. A poche settimane dall’avvio del summit, il testo della proposta per la definizione del fondo lasciava, però, ancora molto a desiderare secondo Sébastien Duyck, Human Rights & Climate Campaign Manager presso il Center for International Environmental Law (CIEL). Quello che l’esperto auspica è che si arrivi a un testo all’altezza delle aspettative: garantire l’ottemperanza degli impegni, un volume finanziario adeguato e possibilmente il coinvolgimento di attori non governativi.

Il problema dei flussi lenti, insufficienti o addirittura immobili non riguarda solo il fondo Loss & Damage, ma l’intera architettura della finanzia climatica. I ministri presenti dovranno convenire un Nuovo Obiettivo Collettivo Quantificato (NCQG) per allinearsi agli obiettivi di Parigi. Inoltre, dovranno discutere i risultati del secondo rifinanziamento del Fondo Verde per il Clima, conosciuto in inglese come Green Climate Fund.

Dal risultato di queste negoziazioni dipende strettamente il ripristino della fiducia politica di molti paesi nel framework di Parigi e nel processo delle COP, un rapporto logorato da decenni di promesse non mantenute.

Transizione energetica e CCUS

Altri due temi che saranno centrali nei negoziati sono quelli dell’accelerazione della transizione energetica (qui la nostra intervista all’esperta Yamina Saheb sul tema) e delle tecnologie di carbon capture, utilization and sequestration (CCUS). Entrambi legati a doppio filo con la spinosa questione dell’abbandono delle fonti energetiche fossili.

Lo scorso 24 ottobre, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha pubblicato il World Energy Outlook per il 2023, un report che fotografa la situazione attuale del sistema di approvvigionamento e consumo energetico mondiale, e analizza i possibili trend futuri.

In questo importante report, l’AIE ha anche delineato una strategia globale per riportare il mondo sulla giusta strada verso gli obiettivi climatici al 2030. Tale strategia consiste in 5 punti proposti come “basi per una conferenza sul clima di successo a COP28”:

  1. triplicare la capacità globale delle fonti rinnovabili;
  2. raddoppiare il tasso di miglioramento dell’efficienza energetica;
  3. ridurre del 75% le emissioni di metano derivanti dalle attività dei combustibili fossili;
  4. meccanismi di finanziamento innovativi e su larga scala per triplicare gli investimenti nell’energia pulita nelle economie emergenti e in via di sviluppo;
  5. misure per garantire un declino ordinato nell’uso dei combustibili fossili, compresa la fine delle nuove approvazioni di centrali elettriche a carbone non ancora in funzione.

Obiettivi ambiziosi quanto imprescindibili, che sono stati tra l’altro ripresi nel recente accordo tra Cina e Stati Uniti, in cui il gigante asiatico si è impegnato per la prima volta ad adottare obiettivi di riduzione per tutti i gas a effetto serra; un impegno particolarmente significativo dal momento che proviene dal maggiore emettitore globale di metano.

Le CCUS sono quelle tecnologie che consentono la cattura e lo stoccaggio o il riutilizzo del carbonio presente in atmosfera. La rilevanza del tema è riecheggiata dal recente annuncio del capo esecutivo dell’Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC), nonché presidente di COP28, Sultano Ahmed al-Jaber, sull’avvio definitivo dell’Habshan Carbon Capture Project per triplicare la capacità di cattura del carbonio di ADNOC.

Il ruolo di queste soluzioni nel contrasto alla crisi climatica è oggetto di accesi dibattiti tra gli esperti. Senza entrare nei dettagli del dibattito che spazia dalla scalabilità ai potenziali danni collaterali, molta attenzione è rivolta al rischio che passi l’idea per cui queste tecnologie possano rendere gli attuali livelli di emissioni compatibili con gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Ciò significherebbe rallentare ulteriormente l’uscita da un modello energetico imperniato sul settore fossile. Un rallentamento che va contro ogni logica ragionevole.

Agricoltura e sistemi alimentari

L’agricoltura e la sostenibilità dei sistemi alimentari costituiscono un settore estremamente vulnerabile agli effetti del cambiamento climatico e al contempo una fonte significativa di emissioni climalteranti. Perciò questi temi saranno centrali nell’agenda di COP28.

“La trasformazione dei sistemi agroalimentari dev’essere una parte integrante della soluzione globale per il clima”, ha dichiarato il direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO).

Durante il secondo vertice delle Nazioni Unite sui Sistemi Alimentari Sostenibili tenutosi a Roma quest’estate, gli Emirati Arabi Uniti hanno presentato la propria Agenda sui Sistemi Alimentari e l’Agricoltura. La presidenza di COP28 ha invitato tutti i governi a riconoscere la centralità delle questioni dell’alimentazione e dell’agricoltura nella crisi climatica.

In che modo?

Redigendo la prima dichiarazione dei leader mondiali sui sistemi alimentari, l’agricoltura e l’azione climatica.

Tale dichiarazione impegnerà i governi ad allineare i propri sistemi alimentari nazionali e le strategie agricole con gli strumenti relativi alla crisi climatica ed ecologica: i piani d’azione quinquennali presentati nell’ambito dell’accordo di Parigi (NDCs), i piani nazionali di adattamento e le strategie nazionali per la difesa della biodiversità.

peso delle emissioni dei sistemi alimentari
ridurre le emissioni dei sistemi alimentari

Un obiettivo globale di adattamento

Storicamente le discussioni internazionali sul cambiamento climatico sono state focalizzate sul contenimento delle cause del problema, ovvero la mitigazione. Questa dimensione ha impegnato e interessato in primo luogo gli stati già industrializzati, maggiormente responsabili delle emissioni globali.

Tuttavia, il problema è per sua natura duplice: da un lato la prevenzione di futuri sconvolgimenti causati dalle emissioni di oggi, e dall’altro il confronto con gli impatti inevitabili delle emissioni di ieri. Questa seconda faccia della medaglia è quello che viene definito adattamento e riguarda la protezione delle persone e del territorio dai danni causati dalla crisi climatica.

Un’urgenza che ad oggi è pericolosamente sottostimata.

Lo dimostra l’Adaptation Gap Report 2023 prodotto dall’UNEP e fresco di pubblicazione, secondo cui gli investimenti globali per l’adattamento sono tra le 10 e le 18 volte inferiori ai livelli necessari.

Un passo significativo potrebbe essere mosso alla COP28 con la finalizzazione del Global Goal on Adaptation (GGA) – obiettivo globale di adattamento – introdotto già nel 2015 con l’Accordo di Parigi (Art.7). L’obiettivo del GGA sarebbe quello di stabilire un framework e dei target per guidare gli sforzi di adattamento globali e migliorare il sostegno all’adattamento nei Paesi in via di sviluppo.

Questo risultato dipenderà dalla capacità dei negoziatori di costruire un consenso unanime sulla progettazione, la portata, il funzionamento e il monitoraggio del quadro.

i risultati dell'adaptation gap report

Il Local Climate Action Summit

Parallelamente al World Climate Action Summit previsto nelle giornate dell’1 e del 2 dicembre, si svolgerà il Local Climate Action Summit. Si tratta del primo vertice ospitato in seno al vertice e focalizzato sul coinvolgimento di tutti i livelli di governance sub-nazionali nell’azione climatica.

Chi partecipa al Local Climate Action Summit?

Sindaci, governatori regionali, leaders di imprese e di ONG si riuniranno per discutere di come rendere le città più sostenibili e resilienti prima del meeting ministeriale del 6 dicembre su “Urbanizzazione e Cambiamento Climatico“.

L’evento avverrà a otto anni di distanza dalla COP21, quando numerosissimi leader si erano riuniti a margine dell’evento inter-governativo proprio per sollevare l’importanza della governance locale nel contrasto al cambiamento climatico.

Una rilevanza riconosciuta dal segretario UN António Guterres, secondo cui “le città sono il luogo in cui la battaglia per il clima sarà in gran parte vinta o persa”, e convalidata dai numeri.

Molte città, infatti, stanno riducendo le proprie emissioni pro-capite più velocemente di quanto non facciano i governi nazionali e allo stesso tempo si confrontano con la previsione secondo cui entro il 2050 circa il 70% della popolazione vivrà in zone urbane.

Le città sono il luogo in cui la battaglia per il clima sarà in gran parte vinta o persa.

António Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite

Perché la presidenza di COP28 è un problema?

La presidenza di COP28, così come quella del precedente summit a Sharm el-Sheik per motivi diversi, ha fatto discutere sin dal primo annuncio. A pochi giorni dall’inizio del summit, la polemica si è incendiata.

Il sultano Al Jaber è infatti il capo esecutivo della compagnia petrolifera nazionale di un paese tra i maggiori esportatori di “oro nero” del mondo. Non c’è da stupirsi quindi che il suo ruolo come presidente della principale conferenza mondiale sul cambiamento climatico, la cui causa primaria è proprio da ricercarsi nel settore delle fossili, abbia attirato una certa dose di scontento e di sarcasmo.

Lo stesso Al Jaber ha dichiarato che “La riduzione graduale (phase down) dei combustibili fossili è inevitabile ed è essenziale: accadrà”. Una posizione che per i sostenitori della necessità di abbandonare (phase out) le fonti energetiche fossili è un compromesso già inaccettabile, e sopratutto un diversivo. Un modo per spostare l’attenzione dalla riduzione delle cause – la combustione – alla riduzione degli effetti – le emissioni, in particolare incentivando le tecnologie CCSU.

Molte voci indignate si sono sollevate e in tanti ritengono, ragionevolmente, che una presidenza così chiaramente schierata non permetterà di raggiungere risultati veramente ambiziosi.

Tuttavia, come spiegato in un articolo pubblicato su Libération dall’esperto di geopolitica ambientale François Gemenne, c’è anche un aspetto positivo della presidenza 2023 di cui tener conto: la logistica.

Dubai, infatti, è una delle città meglio collegate al resto del mondo. Inoltre, il governo degli emirati ha deciso di attribuire automaticamente un visto ad hoc e gratuito a tutti i partecipanti al vertice.

Il professor Gemenne sottolinea che se è vero che gli interessi del paese ospitante possono esercitare una certa pressione sullo svolgimento dei negoziati, non è altrettanto vero che possano determinarli. I vantaggi logistici della location dovrebbero favorire una partecipazione più ampia rispetto ai vertici svoltisi in molti paesi occidentali. Si può sperare che questa varietà di voci riesca a guidare COP28 verso una direzione meno reprimente.

I retroscena di COP28

Il problema, però, è anche quello che accade nel silenzio che precede il vertice.

Secondo un’inchiesta della BBC e del Centre for Climate Reporting emersa in questi giorni, sembrerebbe che la presidenza degli Emirati Arabi di COP28 abbia sfruttato gli incontri bilaterali in preparazione al vertice per intavolare discussioni su nuovi affari nel settore oil&gas.

Una notizia sorprendente? No, ma di sicuro scoraggiante e problematica.

Anche lo scorso vertice aveva visto la presidenza, in quel caso egiziana, firmare nuovi accordi di esportazione di gas con alcune delle delegazioni presenti. Un prassi che viola chiaramente l’obbligo di imparzialità per la presidenza del vertice istituito dalla UNFCCC e che ci si poteva aspettare venisse continuata in grande stile dalla presidenza di Al Jaber.

Non resta che continuare a denunciare l’ipocrisia di questa presidenza e stare a vedere se a Dubai verranno finalmente rinforzati i meccanismi scricchiolanti della cooperazione internazionale per il clima.

Mantenere il clima in agenda in un 2023 di crisi

Abbiamo parlato di quali aspettative – costruttive e distruttive – sono concentrate sulla COP28, ma vale la pena anche accennare a cosa è meglio non aspettarsi.

La narrazione mediatica delle COP ha diffuso una tendenza per certi versi controproducente, ovvero quella di creare aspettative sproporzionate su ogni vertice. Non è ragionevole pensare che ogni anno venga partorito un accordo storico come quello di Parigi, e gridare al fallimento se ciò non accade.

Non si tratta di pessimismo. Gli impegni già esistono, i meccanismi sono avviati, i fondi creati. Quello di cui abbiamo bisogno è che vengano rispettati, attuati, riempiti e ampliati. E abbiamo bisogno che queste discussioni siano risolutive, non che servano per compilare la lista delle cose da fare l’anno prossimo.

Inoltre, nel contesto odierno in cui molteplici crisi si dipanano simultaneamente in diverse regioni del mondo, anche solo assicurarsi che il clima resti in agenda è importante, e non scontato. Può sembrare una magra consolazione, ma specialmente per una sfida che richiede una certa visione a lungo termine come quella climatica non è semplice imporsi come urgenza.

La COP crea un momentum, un’onda che porta i temi climatici in prima pagina e che deposita a riva una ricchissima produzione di report, un coro di call to action.

È un’occasione pressoché unica per fare una radiografia dell’azione climatica in ogni suo aspetto. Oggi, a pochi giorni dall’inizio del summit, leggere questi referti restituisce una dimensione emergenziale e alimenta la speranza di arrivare al 12 dicembre con un piano d’azione all’altezza della situazione.

· Aggiornato il 2 dicembre 2023

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