L’inquinamento marino da plastica è una delle crisi ambientali più pervasive e persistenti del nostro tempo.
Secondo lo studio realizzato da The Pew Charitable Trusts, Breaking the Plastic Wave, ogni anno finiscono negli oceani oltre 11 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, con una previsione di crescita fino a 29 milioni di tonnellate entro il 2040 se non verranno attuate misure incisive di prevenzione e recupero.
Le conseguenze dell’inquinamento marino da plastica
L’inquinamento marino da plastica ha effetti a catena su scala globale.
Tra le principali conseguenze:
- Danneggiamento degli habitat marini, in particolare barriere coralline e fondali, compromessi dalla presenza di rifiuti plastici in mare;
- Riduzione della biodiversità marina, con il conseguente squilibrio degli ecosistemi.
- Bioaccumulo di microplastiche nella catena alimentare, con effetti ancora oggetto di studio sulla salute umana.
- Impatto negativo sull’economia legata alla pesca, al turismo e alle attività costiere, con costi di bonifica sempre più elevati.
Le cause dell’inquinamento marino da plastica
L’inquinamento marino da plastica deriva da numerose fonti che compromettono gravemente gli ecosistemi marini.
La plastica negli oceani proviene principalmente da rifiuti terrestri trasportati dai fiumi, scarichi urbani inadeguati, imballaggi monouso e microplastiche rilasciate da prodotti cosmetici e tessili. Questi detriti marini si accumulano nelle correnti oceaniche, formando vere e proprie isole di plastica che minacciano la biodiversità e la salute del pianeta. La salvaguardia marina richiede un approccio integrato che affronti tutte le cause dell’inquinamento plastico marino, dalla riduzione dell’uso di plastica alla promozione di pratiche di consumo responsabile.
Una delle fonti più pericolose di inquinamento del mare da plastica sono le cosiddette reti fantasma (ghost nets), ovvero attrezzature da pesca abbandonate, perse o dismesse che continuano a intrappolare pesci, tartarughe, mammiferi marini e uccelli, provocando gravi danni agli ecosistemi. Oltre quindi a contribuire sensibilmente alla degradazione degli habitat marini, le ghost nets accelerano anche la frammentazione in microplastiche marine, aumentando il rischio di contaminazione della catena alimentare e minacciando la salute umana.
Le reti fantasma: un pericolo sommerso per la biodiversità marina
Le reti fantasma sono una delle principali componenti dell’inquinamento marino da plastica e rappresentano una minaccia silenziosa ma devastante per la biodiversità marina.
Il World Wide Fund (WWF), nel suo report Stop Ghost Gear, evidenzia infatti come gli attrezzi da pesca fantasma costituiscano almeno il 10% dei rifiuti marini. Ciò significa che ogni anno tra 500.000 e 1 milione di tonnellate di attrezzi da pesca vengono abbandonati nell’oceano.
Queste ghost nets continuano ad esercitare la loro funzione di pesca passiva per anni, generando un fenomeno noto come “pesca fantasma”, che porta alla morte indiscriminata di pesci, crostacei, tartarughe e mammiferi marini. Il danno alla biodiversità è incalcolabile: le reti fantasma intrappolano ogni anno centinaia di migliaia di esemplari e contribuiscono all’impoverimento delle popolazioni ittiche, compromettendo anche la pesca sostenibile.
Inoltre, con la degradazione, queste reti rilasciano microplastiche e sostanze chimiche tossiche nell’ambiente marino, aggravando l’inquinamento plastico marino e incidendo sulla qualità degli ecosistemi oceanici.
Tutela degli oceani: il ruolo delle aziende nella lotta all’inquinamento marino
La Global Ghost Gear Initiative (alleanza di oltre 100 entità, tra cui il WWF e il governo degli Stati Uniti, fondata nel 2015) ha sottolineato come la mancata gestione di questi rifiuti possa compromettere gravemente il raggiungimento dell’Obiettivo 14 dell’Agenda 2030: La vita sott’acqua, che promuove la conservazione e l’uso sostenibile degli oceani, dei mari e delle risorse marine.
La lotta all’inquinamento marino da plastica e alle reti fantasma richiede un’azione coordinata tra governi, ONG, istituti di ricerca e, soprattutto, il settore privato.
La buona notizia è che sempre più aziende stanno riconoscendo l’importanza di contribuire alla salvaguardia degli ecosistemi marini come parte della propria responsabilità sociale d’impresa scegliendo di intervenire sull’Obiettivo 14 dell’Agenda 2030. Le imprese possono sostenere progetti di recupero di rifiuti plastici in mare, aderire a iniziative di plastic offset, promuovere soluzioni di economia circolare, utilizzare materiali riciclati o biodegradabili e coinvolgere attivamente stakeholder e clienti in campagne di sensibilizzazione contro l’inquinamento del mare da plastica.
Agire per liberare il mare dalle reti fantasma con zeroCO2
In prima persona, come zeroCO2, abbiamo deciso di affrontare con determinazione la sfida dell’inquinamento marino da plastica, agendo direttamente sulla rimozione delle reti fantasma.
Il nostro progetto per rimuovere le reti fantasma dal Mediterraneo offre alle aziende l’opportunità concreta di contribuire al recupero delle ghost nets dai fondali e di generare un impatto misurabile per la salute del mare.
Abbiamo creato una piattaforma che permette alle organizzazioni di adottare porzioni di mare da cui vengono rimosse le reti fantasma, con trasparenza, tracciabilità e reportistica certificata. Il progetto è pensato per le aziende che hanno individuato l’Obiettivo 14 dell’Agenda 2030 come prioritario nella propria strategia di sostenibilità e che vogliono agire in modo responsabile, concreto e verificabile.





