Varietà nello spazio e nel tempo
Il termine biodiversità è stato coniato nel 1988 dall’entomologo americano Edward O. Wilson. Esprime “il numero, la varietà e la variabilità degli organismi viventi e come questi varino da un ambiente ad un altro nel corso del tempo”.
Sembra un concetto complesso, ma in poche parole la biodiversità rappresenta la varietà di vita presente sulla Terra. La progressiva erosione di questa varietà è diventato un tema sempre più presente nelle discussioni sul futuro del pianeta, insieme a e in stretta relazione con il cambiamento climatico.
Modelli di produzione e consumo insostenibili, l’urbanizzazione intensiva e l’estrattivismo feroce su cui la società moderna ha imperniato il suo rapporto con l’ambiente stanno prosciugando questa ricchezza e alterando il clima del pianeta.
La buona notizia è che ci sono degli interventi che possiamo mettere in atto per arginare e arrestare questa perdita, generando al contempo effetti collaterali positivi. La riforestazione, ad esempio, è una risposta concreta che intreccia la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico con la salvaguardia della biodiversità.
Ricreare sistemi complessi
La riforestazione consiste nel ripristinare aree degradate o private della loro copertura forestale attraverso la piantagione di alberi. A dispetto di quanto si possa pensare, riforestare non significa “semplicemente” mettere a dimora nuovi alberi, ma ridare vita a veri e propri ecosistemi funzionali e proteggere quindi la biodiversità che essi ospitano.
Nel concreto, come approfondiremo più avanti, questo implica includere un mix di specie e integrare colture diverse nonché monitorare con cura la crescita delle piante. Con questo approccio si va a ricreare un sistema vivente sinergico che promuove tra l’altro la salute del terreno. Un modello, insomma, drasticamente diverso da quello delle monocolture che sono unicamente destinate alla produzione agricola intensiva basata su un’unica specie.
All’interno di una foresta, invece, convivono milioni di specie, animali e vegetali, e microrganismi che si influenzano vicendevolmente per raggiungere la piena funzionalità, creando così un delicato equilibrio dinamico. È proprio grazie a questa rete di scambi reciproci che un ecosistema può svolgere una serie di funzioni che, seppur gratuite, vanno a beneficio della qualità di vita di tutti.
Una sfida per tutto il pianeta
Preservare la biodiversità è di vitale importanza perché ci permette di salvare un prezioso patrimonio genetico e di poter continuare a godere dei cosiddetti servizi ecologici, ovvero quella serie di funzioni che i sistemi naturali svolgono senza chiedere nulla in cambio, se non di essere preservati.
Una foresta integra e in salute fornisce cibo e combustibile, pulisce l’aria, filtra le riserve d’acqua, controlla le inondazioni e l’erosione del suolo.
Purtroppo, però, stiamo erodendo il patrimonio di biodiversità del nostro pianeta a un ritmo allarmante e intaccando quindi l’equilibrio degli ecosistemi. Il tasso globale di estinzione delle specie è già almeno da decine a centinaia di volte superiore alle media degli ultimi 10 milioni di anni. Nell’arco di vita di una persona che oggi abbia cinquant’anni, le sole popolazioni di animali selvatici sono globalmente diminuite in media del 69%.
Di fronte a numeri simili è necessario che si mobiliti un impegno globale e coordinato. Per trovare soluzioni, però, dobbiamo innanzitutto domandarci quali sono le cause.
Le foreste: un patrimonio di biodiversità in pericolo
La progressiva scomparsa delle foreste è una delle cause principali di questa emorragia.
Le foreste sono la casa di oltre l’80 per cento di tutte le specie terrestri di animali, piante ed insetti del mondo e per questo sono considerate riserve di biodiversità “troppo preziose” per andare perdute.
Eppure, i dati raccolti dal World Resources Institute (WRI) rivelano che nel 2022, abbiamo perso 4,1 milioni di ettari di foreste pluviali primarie tropicali, equivalenti a un ritmo di 11 campi da calcio al minuto.
Si tratta di aree di importanza critica per la mitigazione della crisi climatica tramite l’assorbimento di anidride carbonica dall’atmosfera e per la sussistenza delle comunità limitrofe, nonché di veri e propri hotspots (zone di altissima concentrazione) di biodiversità.
A quale scopo distruggere degli ambienti così critici?
Le diverse facce della deforestazione
Le cause della deforestazione sono molteplici (le abbiamo sviscerate in questo articolo), una sorta di idra dalle molte teste che però, a differenza degli alberi, ricrescono compulsivamente quando vengono recise. Lo sfruttamento incontrollato dei terreni per l’agricoltura industriale e la conversione di zone boschive in pascoli dovuti nella maggior parte dei casi alla volontà delle multinazionali di cavalcare l’alta domanda di mercato per determinati prodotti. Il disboscamento eccessivo e spesso illegale finalizzato al commercio del legname e di prodotti derivati. Gli incendi boschivi resi sempre più gravi dalla crisi climatica.
Queste dinamiche fagocitano terreni dove prima crescevano foreste e implicano la distruzione di habitat naturali o talvolta la loro frammentazione per far spazio a nuove strade necessarie al trasporto delle merci. Si spezzano così quei legami sinergici che caratterizzano una foresta e si costringe la fauna locale a vivere in condizioni critiche dovute, tra l’altro, all’assenza di corridori ecologici. Immaginate di essere confinati in una superficie sempre più ristretta, dove le risorse iniziano a scarseggiare e non ci sono strisce pedonali per poter attraversare la strada in sicurezza.
Dal terreno – sempre più prosciugato dai nutrienti – alle fronde – sempre più rade e meno adatte ad ospitare la fauna – la vita nella foresta si spegne. Senza addentrarsi in argomentazioni sul valore della semplice esistenza di ciascuna specie, questa è una minaccia seria sia per le persone che dipendono direttamente da questi ambienti per la propria sussistenza, sia per ciascuno di noi.
Qual è il limite?
Il degrado o la vera e propria scomparsa delle foreste espongono la fauna autoctona a nuovi fattori di rischio, come rilevato da uno studio internazionale condotto su 15 specie di lemuri e 32 specie di scimmie in 68 siti nelle Americhe e in Madagascar e pubblicato sulla rivista scientifica PNAS.
Lo studio sottolinea che se è vero che alcune specie sono più adattabili di altre, è anche vero che la velocità dei cambiamenti climatici e degli interventi umani interferiscono con la naturale adattabilità anche delle specie più resilienti. Insomma, è uno stress test in costante crescendo.
Anche le vegetazione ha un certo grado di adattabilità e alcune specie riescono a sopravvivere in condizioni diverse da quelle ottimali. Certo è che questo vale laddove la popolazione di una specie arborea non venga letteralmente decimata o annichilita come avviene in Perù, dove il Global Forest Watch rileva che ogni anno vengono abbattuti circa 1.100 km quadrati di foreste autoctone che comprendono numerose specie a rischio.
C’è un limite a tutto, e il limite in questo caso è l’estinzione. La riforestazione e la gestione sostenibile delle foreste possono aiutarci a salvaguardare milioni di specie da questo baratro.
La riforestazione a salvaguardia della biodiversità
Abbiamo parlato dell’importanza della biodiversità in ogni ecosistema, del valore delle foreste come baluardi di questa ricchezza, di come l’incedere della deforestazione le minacci.
Abbiamo quindi messo sul tavolo tutti gli elementi necessari per capire l’importanza della riforestazione per difendere la biodiversità del pianeta.
Riforestare significa ricostruire la casa di milioni di specie animali e vegetali che altrimenti rischieremmo di perdere a causa della distruzione, del degrado o della frammentazione del loro habitat naturale.
Quindi basta piantare alberi?
Sì e no. Ripristinare un’area soggetta a deforestazione e quindi anche al rischio di desertificazione (approfondisci qui questo tema) con lo scopo di rigenerare e proteggere la biodiversità implica un certo livello di cura e una progettazione basata su un’accurata analisi ambientale.
Nelle sue linee guida per interventi di afforestazione, riforestazione e piantagione, la Commissione Europea ha raccolto una serie di condizioni chiave da rispettare affinché i progetti siano “biodiversity-friendly” :
- Valutare gli habitat presenti e la condizione del suolo in seguito a deforestazione, incendi, eventi climatici estremi o epidemie per scegliere correttamente le specie da piantare;
- Scegliere le specie adatte alle condizioni ecologiche e climatiche locali, e agli habitat presenti;
- Prediligere specie autoctone dell’area;
- Evitare l’introduzione di specie esotiche invasive (IAS dall’inglese “invasive alien species”) che, come è dimostrato da diversi studi, minacciano e addirittura rischiano di far retrocedere la biodiversità e i servizi ecologici;
- Considerare la possibile variazione della naturale distribuzione geografica delle specie per effetto dei cambiamenti climatici;
- Promuovere l’eterogeneità degli ecosistemi grazie alla piantumazione di mix di specie.
Il rischio di un intervento che non abbia integrato queste considerazioni è ottenere l’effetto contrario a quello desiderato: la perdita di biodiversità. Non basta piantare alberi, bisogna piantare gli alberi giusti nel posto giusto.
Un obiettivo comune con al centro le foreste
La salvaguardia della biodiversità è un imperativo globale sancito da numerosi accordi e strumenti di diritto internazionale tra cui la Convenzione sulla diversità biologica delle Nazioni Unite (CBD). Tra le principali aree tematiche di lavoro della CBD troviamo proprio un programma incentrato sulla diversità biologica delle foreste.
Nel dicembre 2022 i governi firmatari della Convezione si sono riuniti a Montréal, Canada, nella XV Conferenza delle Parti per concordare i nuovi obiettivi volti ad arrestare e invertire la perdita di biodiversità definiti nel Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework.
Sono 4 i macro-obiettivi del documento. Al primo posto assicurarsi che “l’integrità, la connettività e la resilienza di tutti gli ecosistemi [siano] mantenute, migliorate o ripristinate, aumentando sostanzialmente l’area degli ecosistemi naturali entro il 2050”. La riforestazione rientra naturalmente nelle strategie chiave per raggiungere questo target.
A quasi un anno dalla conferenza, lo scorso 18 settembre, David Cooper, segretario esecutivo della CBD, si è espresso durante il forum Forests for Our Future dove ha ribadito l’importanza e le criticità della salvaguardia delle foreste per gli obiettivi della Convezione. Ha inoltre sottolineato che “il ruolo complesso della conservazione e dell’uso sostenibile delle foreste negli obiettivi globali e nazionali dovrebbe essere ben articolato e basato sulla migliore scienza disponibile e sulle conoscenze tradizionali, ove possibile e fattibile”.
Si tratta dunque di uno sforzo collettivo che deve vedere coinvolti governi, comunità scientifica, project developer e comunità locali.
Milioni di piccioni con una foresta
Ripristinare e gestire in maniera sostenibile le foreste è tanto complesso quanto necessario.
È complesso innanzitutto perché necessita di una progettazione accurata e lungimirante affinché generi veri benefici sia sul breve che sul lungo termine. Inoltre, implica resistere a una serie di pressioni economiche che trarrebbero beneficio dall’espansione delle monocolture e dell’allevamento intensivo a danno della biodiversità, del clima e delle persone.
È necessario perché è una delle strategie più efficaci che abbiamo a disposizione per contrastare la scomparsa di biodiversità a livello globale, contribuendo allo stesso tempo alla mitigazione e all’adattamento della crisi climatica.
Il problema è chiaro, le soluzioni possibili da adottare anche. Cosa aspettiamo?






