Il clima ha bisogno di aiuto?
Sì e anche urgentemente. Anche se c’è ancora chi ne parla in termini di scenari futuri e probabilistici, il cambiamento climatico ormai non è più alle porte. Le ha sfondate e sta invadendo casa.
Il mese di luglio 2023 è stato ufficialmente il più caldo mai registrato. Lo ha confermato il programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea, Copernicus. La temperatura dell’aria di superficie ha toccato un aumento di +1.5° rispetto alla media del periodo 1850-1900, ovvero il limite stabilito dall’Accordo di Parigi sul clima.
Le temperature globali della superficie marina hanno ripetutamente infranto i record degli anni precedenti. L’estensione del ghiaccio marino è scesa del 15% al di sotto della media 1991-2020, con 2,4 milioni di km2. Questi cambiamenti drastici e senza precedenti sono riconducibili alle emissioni di gas climalteranti prodotte dall’uomo e alla trasformazione radicale degli habitat naturali.
Gli effetti del cambiamento climatico non restano confinati nelle linee impennate sui grafici degli scienziati e in numeri a volte difficili da contestualizzare, ma sono entranti nella vita delle persone attraverso la cronaca con ondate di calore, sempre più intensi e frequenti eventi metereologici estremi, alluvioni e incendi.
Secondo António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, l’umanità è uscita dall’era del riscaldamento globale per entrare a gamba tesa in una nuova epoca, quella dell’”ebollizione globale”.
Perché piantare alberi?
Rispolveriamo uno degli argomenti più amati delle lezioni di scienze alle elementari: il processo della fotosintesi clorofilliana.
La clorofilla contenuta nelle foglie degli alberi assorbe l’energia dalla luce solare e la usa per trasformare l’anidride carbonica contenuta nell’aria negli zuccheri che servono alla pianta per nutrirsi. Il prodotto di scarto di questo processo è l’ossigeno, elemento essenziale per la vita di tutti gli organismi sulla Terra. Uno scambio naturale e gratuito, durante il quale le piante svolgono la funzione di “pozzi”, immagazzinando il carbonio per tempi più o meno lunghi a seconda del loro ciclo di vita. In questo modo, la CO2 rimossa dall’atmosfera non va ad alimentare l’effetto serra, quella sorta di cappa che intrappola il calore e stravolge il funzionamento del clima.
Gli alberi non sono l’unico “pozzo naturale di carbonio” del sistema terrestre, anche l’oceano svolge una funzione simile. Questi pozzi, però, hanno un fondo. Il problema sorge quando la quantità di CO2 presente nell’aria è troppo grande affinché venga assorbita tramite questi processi e diventa ancora più grave se l’uomo distrugge queste riserve, ad esempio attraverso la deforestazione.
L’equazione è apparentemente semplice: meno alberi uguale a più CO2 in atmosfera uguale a temperature più alte e un clima sempre più in squilibrio; più alberi uguale a meno CO2 e temperature più basse uguale a effetti mitigati dei cambiamenti climatici.
Non è troppo tardi?
Il tempo stringe. La scienza parla chiaro, e laddove non la si voglia ascoltare basta guardarsi intorno per vedere cambiamenti sempre meno controllabili e prevedibili. Questo significa che tanto vale metterci comodi e incrociare le dita? No, e lo dicono proprio quegli scienziati che ci ammoniscono sulla gravità della situazione. C’è ancora una finestra d’azione. Lo stesso António Guterres ricorda che “Possiamo ancora prevenire il peggio. Ma per questo, dobbiamo trasformare un anno di caldo infuocato in un anno di ardente ambizione”.
Tra le molteplici soluzioni possibili per realizzare quest’ambizione c’è la messa a dimora di nuovi alberi che sfrutta proprio quel naturale processo di fotosintesi e stoccaggio del carbonio delle piante che abbiamo ripassato nel paragrafo precedente.
Guardare alle risposte che abbiamo già
Rigenerare la copertura forestale del pianeta rientra nelle cosiddette soluzioni per il clima basate sulla natura; ovvero quelle “azioni di conservazione, ripristino e/o miglioramento della gestione del territorio” che aumentano l’immagazzinamento o evitano la produzione di emissioni di gas serra basandosi su processi naturali e già disponibili.
Si tratta di soluzioni dai numerosi co-benefici: mitigazione dei futuri effetti del cambiamento climatico, adattamento agli impatti già visibili, contrasto del degrado del suolo e della desertificazione e sicurezza alimentare. E sopratutto di soluzioni che già oggi possiamo implementare su larga scala per ridurre la concentrazione atmosferica di CO2, a differenza delle tecnologie CCUS (carbon capture utilisation and storage) che non hanno ancora raggiunto la maturità necessaria.
Quanti alberi servono?
Lo Special Report on Climate Change and Land del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) suggerisce che sia necessario un aumento di 1 miliardo di ettari di foreste per limitare l’aumento delle temperature globali a 1,5°C entro il 2050.
Secondo uno studio sul potenziale di ripristino globale degli alberi pubblicato su Science, gli ecosistemi del pianeta potrebbero sostenere altri 0,9 miliardi di ettari di foresta continua per un aumento di oltre il 25% dell’area boschiva globale. Questo rappresenterebbe oltre 200 gigatonnellate aggiuntive di carbonio assorbito, un contributo significativo e necessario che trova riscontro in goals ambiziosi che riecheggiano nei forum internazionali.
Tra questi spicca One trillion trees, un’iniziativa lanciata a Davos nel 2020 dal World Economic Forum per mobilitare governi, NGOs, settore privato e cittadini in un immenso sforzo collettivo di riforestazione a difesa del clima, della biodiversità del pianeta e delle persone. Mille miliardi di alberi in tutto il mondo da “mettere a dimora, ripristinare e conservare” entro il 2030.
Secondo le stime degli scienziati che hanno sostenuto l’iniziativa, se l’obiettivo fosse raggiunto questo implicherebbe una riduzione della concentrazione atmosferica di anidride carbonica del 25%. Insomma, un impegno indubbiamente ambizioso.
Contaminazione virtuosa
Un anno dopo l’annuncio di Davos, il G20 a presidenza italiana si è concluso con l’approvazione della Dichiarazione di Roma. Nell’articolo 19 del testo si parla delle misure che i governi partecipanti si impegnano a intraprendere per contrastare la crisi climatica globale. Oltre a proteggere le foreste esistenti, si cita un ambizioso progetto di piantumazione di 1000 miliardi di alberi entro il 2030.
Sulla stessa scia, l’Unione Europea ha inserito nella “Strategia europea per la biodiversità al 2030”, l’obiettivo di piantare almeno 3 miliardi di nuovi alberi entro la fine del decennio.
Come in gioco di matrioske, dalle iniziative globali e passando per quelle europee si arriva ai governi nazionali. Nella Missione 2, Componente 4, Investimento 3.1 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il governo italiano si è posto l’obiettivo di piantare 6.6 milioni di alberi in 14 città metropolitane entro il 2024 all’interno del piano di investimento per la “Tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano”. Secondo il ministro per l’ambiente e la sicurezza energetica, Gilberto Picchetto Fratin, “gli alberi hanno un grande e positivo impatto sull’ambiente delle nostre città: sono un valore da difendere e rafforzare”.
Ammesso e non concesso che gli impegni su carta si concretizzino, le obiezioni alla fattibilità e all’efficacia di progetti simili vanno prese in considerazione.
Gli avvocati del diavolo
Se non c’è dubbio che gli alberi sono nostri alleati per arginare la crisi del secolo (e noi di zeroCO2 lo sappiamo bene) vi sono invece diverse voci che interrogano la fattibilità e l’efficacia di certi annunci altisonanti. Ecco alcune considerazioni importanti per avere un quadro completo della questione.
Cercare un bilancio positivo
In primo luogo, la piantumazione di nuovi alberi non ha lo stesso impatto ovunque, e dovrebbe essere progettata laddove il bilancio tra gli effetti biofisici del rimboschimento e la fotosintesi genera netti benefici per il clima.
In alcune zone del pianeta, infatti, come l’area boreale-artica, l’inscurimento delle superfici riforestate non produrrebbe un effetto di abbassamento delle temperature perché questo sarebbe vanificato dalla riduzione dell’effetto albedo degli habitat attualmente presenti in queste zone del pianeta.
L’albedo di una superficie è il rapporto che esprime la capacità delle superfici di riflettere la radiazione solare. Nel caso delle superfici scure esso è basso e implica un maggiore assorbimento di calore rispetto ad esempio alla neve fresca.
E dove dovremmo concentrarci allora? Innanzitutto, nelle aree tropicali deforestate e nelle città. Entrambi questi spazi, però, implicano a loro volta delle criticità.
Evitare i conflitti
Nel caso delle aree tropicali è necessaria una particolare attenzione a che i progetti di riforestazione siano sviluppati in modo da non creare nuovi conflitti per l’uso del terreno.
Non parliamo ovviamente della necessaria resistenza all’espansione delle monoculture voluta dalle grandi multinazionali o alla cementificazione vorace di spazi verdi.
Parliamo di sfruttare i benefici della silvopastorizia e dell’agroforestazione che creano un connubio vincente tra i benefici globali della riforestazione e la garanzia di sussistenza delle comunità locali. La collaborazione diretta e continuativa con le persone che vivono nel territorio, progettando a partire dalle loro necessità è la chiave per superare questo impasse.
Il verde nella progettazione urbana
Nel caso della riforestazione urbana, è importante che il verde non sia un addobbo. Come sottolineato da Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura e progetti speciali di Greenpeace Italia intervistata da Wired, è importante che la piantumazione di alberi in ambito urbano non sia un elemento accessorio da aggiungere dove è rimasto spazio (sempre se ne è rimasto), ma che sia parte integrante della progettazione degli spazi.
In tal caso si generano molteplici benefici che incidono direttamente sulla salute dell’ambiente e degli abitanti. Da un lato l’assorbimento dell’inquinamento atmosferico, l’aumento della biodiversità urbana e la riduzione dell’effetto isola di calore – visibile nell’immagine a lato elaborata dalla European Space Agency – grazie all’ombreggiamento e l’evaporazione idrica delle chiome degli alberi, che riduce tra l’altro la richiesta di energia per il raffreddamento. Dall’altro, i comprovati benefici per il benessere mentale degli abitanti garantiti. Una guida per un’impostare una strategia efficace viene dalla famosa regola 3,30,300 sviluppata dal dott. Cecil Konijnendijk van den Bosch, insegnante di silvicoltura dell’Università della British Columbia di Vancouver:
3 alberi visibili dall’abitazione di ciascun abitante;
30% di chioma arborea in ogni quartiere;
300 metri come distanza massima che dovrebbe separare ogni cittadino dallo spazio verde più vicino secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Integrare strategie sul breve e lungo termine
Quando parliamo di cambiamento climatico non esistono risposte ready-made ed erogabili in un’unica soluzione. È sempre necessaria una pianificazione sia sul breve che sul lungo termine su un’insieme di dimensioni:
Conservare e ripristinare: Nel suo Special Report on Climate Change and Land, il gruppo di esperti dell’IPCC ha messo in evidenza come alcune opzioni di mitigazione e adattamento abbiano un impatto immediato, mentre altre richiedano diverso tempo per ottenere risultati misurabili. Bisogna agire su entrambi i fronti contemporaneamente come evidenziato anche da The Nature Conservancy nell’immagine a lato. Conservare gli ecosistemi ad alto contenuto di carbonio, come i mangrovieti e le foreste, arginando la deforestazione e ripristinare gli ecosistemi forestali.
Pianificare e monitorare: la piantumazione di così tanti nuovi alberi implica raggiungere la piena operatività dei vivai esistenti e in alcuni casi la creazione di nuovi; la selezione delle sementi adatte per ogni ambiente anche considerando gli effetti della crisi climatica sugli habitat; prediligere tra le specie autoctone quelle che hanno una maggiore capacità di assorbimento rispetto ai benefici economici; e monitorare la crescita degli alberi assicurando cura e protezione dalla siccità e dagli incendi, soprattutto nei primi anni di vita.
Prevedere ed erogare i finanziamenti: l’approvvigionamento delle sementi, la sicurezza necessaria affinché i vivai possano incrementare la produzione, il mantenimento degli alberi messi a dimora necessitano importanti investimenti iniziali seguiti da finanziamenti stabili e continuativi. Privati cittadini e aziende tutti possiamo dare un contributo e fare la differenza.
Cos’è meglio di piantare alberi?
Semplice: piantare una foresta
Secondo Federica Ferrario, è indubbio il valore aggiunto di una foresta rispetto a piantare tanti alberi. “Si tratta di due mondi diversi. Ricreare foreste ha un valore aggiunto di biodiversità, ad esempio, rispetto a piantare un gran numero di alberi” che non sono un sistema vivente sinergico.
Le fa eco la Dott.ssa Lina Fusaro, ricercatrice dell’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR – IBE). Fusaro pone l’accento sul fatto che i numerosi servizi ecologici forniti dalla vegetazione dipendono dalla piena funzionalità delle specie messe a dimora. Il singolo albero non è funzionale se non inserito nella rigenerazione di un vero e proprio ecosistema.
Bisogna piantare l’albero giusto al posto giusto, ma sopratutto bisogna cambiare prospettiva. Dal singolo albero, ai tanti alberi alla foresta.
È l’approccio che seguiamo anche con le imprese: ecco come funziona il nostro servizio per le aziende.
E se vuoi vedere le foreste che stiamo facendo crescere, guarda dove sono i nostri progetti.
Quindi è sufficiente piantare nuovi alberi?
Per concludere, dopo aver ripassato le scienze naturali, ci appelliamo anche alla logica: piantare alberi è una condizione necessaria ma non sufficiente per contrastare la crisi climatica.
Piantare alberi senza interrogare i modelli di produzione e di consumo o senza realizzare una vera transizione del settore energetico, sarebbe come asciugare l’acqua sul pavimento senza prima chiudere il rubinetto.
Sappiamo che la soluzione ultima e definitiva alla crisi climatica è quella di ridurre le emissioni climalteranti fino alla loro eliminazione. Sappiamo anche che questa transizione non può essere immediata. Mentre è in corso, però, possiamo fare qualcosa per mitigare , come sottolineato anche dal professore Stefano Mancuso. Piantare uno, decine, centinaia di alberi può sembrare un contributo piccolo, ma da qualche parte bisogna pur iniziare. D’altronde una foresta è fatta di singoli alberi.







