Cos’è il greenwashing?
Etichette con foglie verdi, spot con immagini evocative di paesaggi naturali, affermazioni green come “eco-friendly”, “carbon neutral” o “100% sostenibile”: la comunicazione ambientale è ovunque. Ma quanto di tutto questo si traduce in un impegno concreto e misurabile a favore del Pianeta?
Spesso, la realtà è un’altra. Molte aziende fanno credere di fare di più per proteggere l’ambiente di quanto facciano realmente, pur di conquistare nuove fette di mercato. È il greenwashing, ribattezzato anche “ambientalismo di facciata”. E i consumatori italiani, a furia di promesse non mantenute, sono sempre più scettici: il 77% giudica ormai poco credibili i messaggi sostenibili delle aziende, secondo il sondaggio Ffind presentato al Parlamento Europeo a maggio 2026.
Un campanello d’allarme che i legislatori non hanno potuto ignorare: dal 27 settembre 2026, con il decreto legislativo 30/2026 che recepisce la Direttiva UE 2024/825 “EmpCo” (Empowering Consumers), le dichiarazioni ambientali generiche, infondate o non comprovate saranno considerate pratiche commerciali scorrette sanzionabili dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM).
Le aziende che misurano il proprio impatto ambientale e lo comunicano con dati verificabili hanno gli strumenti per tutelarsi. Il calcolo dell’impronta di carbonio e l’acquisto di carbon credit per la compensazione delle emissioni hard to abate sono il punto di partenza, con il supporto di esperti di comunicazione ambientale.
Greenwashing: chi ha inventato il termine e quando
Il termine greenwashing compare per la prima volta nel 1986, coniato dall’ambientalista americano Jay Westerveld. Tre anni prima, durante un viaggio alle Fiji, aveva trovato in una camera d’albergo un cartello che invitava gli ospiti a riutilizzare gli asciugamani per ridurre l’impatto ambientale del lavaggio, una mossa che avrebbe permesso alla catena di risparmiare sui costi di lavanderia. Westerveld annotò il paradosso: quella pratica di mascherare interessi economici dietro una comunicazione ambientale meritava un nome. Lo trovò combinando “green” (il colore per antonomasia dell’ecologia) e “whitewash”, che in inglese significa coprire, dissimulare, mascherare.
La catena alberghiera entrata nel radar di Westerveld non era un caso isolato. Negli stessi anni, Chevron lanciò negli Stati Uniti “People Do”, una campagna di spot televisivi che mostrava l’azienda petrolifera impegnata a proteggere la fauna selvatica e a creare riserve naturali. Eppure, come riferisce un articolo del Los Angeles Times, mentre quegli spot andavano in onda, Chevron “era coinvolta in cause legali per inquinamento ambientale”. Un caso che, per gli ambientalisti americani, è diventato il simbolo del greenwashing industriale.
Come riconoscere il greenwashing: i 6 segnali da non ignorare
Il greenwashing raramente si presenta come una bugia esplicita. Più spesso si manifesta in scelte comunicative apparentemente innocue: un packaging con foglie verdi, un’etichetta con la scritta “eco” senza certificazioni, un obiettivo climatico annunciato senza un piano d’azione. Questi sono i segnali da riconoscere per non incapparvi.
- Dichiarazioni green vaghe, come “eco-friendly” o “rispettoso dell’ambiente”, prive di dati misurabili o di documentazione a supporto (il 53% delle dichiarazioni ecologiche fornisce informazioni vaghe, fuorvianti o infondate, sostiene l’Unione Europea).
- Assenza di certificazioni riconosciute o uso di marchi non verificabili: una comunicazione green non accompagnata da verifiche indipendenti non offre alcuna garanzia reale. Lo stesso vale per i marchi di sostenibilità autoprodotti o non riconosciuti da enti accreditati.
- Sostenibilità a macchia di leopardo: un singolo prodotto o un’iniziativa presentata come prova dell’impegno ambientale dell’intera azienda, mentre il resto della produzione rimane inquinante.
- Estetica green senza sostanza: foglie, foreste e colori naturali sul packaging per evocare sostenibilità, mentre emissioni, filiera e processi produttivi non stanno al passo.
- Obiettivi climatici senza una roadmap dettagliata: dichiarare “saremo carbon neutral entro il 2050” non basta. Senza obiettivi intermedi misurabili e azioni concrete già in corso, è una promessa che non costa nulla fare.
- Omissione strategica: comunicare solo gli aspetti positivi dell’impegno ambientale, tacendo dati, limiti o contraddizioni che cambierebbero la percezione complessiva del prodotto o dell’azienda.
Dietro queste pratiche c’è sempre la stessa logica: intercettare una domanda reale e crescente di clienti attenti alla salvaguardia del nostro Pianeta. Secondo il Kantar Sustainability Sector Index 2026, condotto su 13mila consumatori in 12 mercati, oltre sette acquirenti su dieci hanno già provato o sono disposti a provare brand con impatto ambientale positivo. Un mercato enorme, minato però dalla sfiducia che il greenwashing ha seminato: il 57% del campione dichiara di aver incontrato informazioni false o fuorvianti sulla sostenibilità nelle asserzioni dei brand.
Greenwashing: quali sono i rischi per le aziende?
Le aziende che praticano il greenwashing non rischiano soltanto una cattiva recensione. Il danno è concreto e si estende su più fronti: clienti che abbandonano il brand, investitori che escludono l’azienda dai propri portafogli ESG, sanzioni salate.
I dati sulla reputazione e le vendite parlano chiaro: il 68,5% dei consumatori italiani dichiara che interromperebbe gli acquisti in caso di pratiche ingannevoli e una percentuale analoga (il 65,3%) attiverebbe un passaparola negativo (Ffind, 2026). Un comportamento che non sorprende. Uno studio pubblicato sul Journal of Cleaner Production da ricercatori di SDA Bocconi, Politecnico di Milano e Università di Torino spiega il meccanismo: chi ha già vissuto un’esperienza di greenwashing sviluppa un filtro critico permanente verso qualsiasi comunicazione green. La fiducia, una volta incrinata, non si ricostruisce con una nuova campagna.
Cresce anche la pressione sul fronte della finanza sostenibile. Il greenwashing è oggi la criticità principale per chi alloca il capitale in strumenti ESG: il 32% degli investitori lo valuta come “ostacolo molto significativo”, secondo il report Sustainable Signals 2026 del Morgan Stanley Institute for Sustainable Investing.
Un dato che pesa di più se si considera che il 92% degli investitori individuali è oggi interessato alla finanza green, quattro punti in più rispetto al 2025. Un’azienda con dichiarazioni ambientali non verificabili rischia di restare fuori da questi circuiti proprio nel momento in cui crescono.
A tutto questo si aggiunge il rischio di procedimenti sanzionatori. Il decreto legislativo 30/2026, la cui applicazione scatta da settembre 2026, introduce sanzioni specifiche per le dichiarazioni ambientali generiche, infondate o non comprovate. Un pericolo concreto che alcune aziende conoscono già molto bene.
Sanzioni greenwashing in Italia e nel Mondo: i casi GLS, Shein e Keurig Canada
Nessun settore è immune dal rischio di greenwashing. I comparti che i consumatori percepiscono come più inclini a pratiche di comunicazione ambientale ingannevole sono big tech, informazione ed energia, indicati rispettivamente dal 63%, 62% e 60% degli intervistati (Kantar Sustainability Sector Index 2026). Moda e tessile non sono da meno. E le sanzioni lo confermano.
Nell’agosto 2025, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha multato per 1 milione di euro Infinite Styles Services Co. Ltd, la società che gestisce i siti Shein in Europa, per “l’utilizzo di messaggi e asserzioni ambientali (green claim) ingannevoli/omissivi nella promozione e vendita di prodotti a marchio Shein”. Il caso specifico: l’enfasi sull’uso di fibre “green” senza però “indicare in maniera chiara i sostanziali benefici ambientali dei prodotti durante il loro intero ciclo di vita e senza specificare che tale linea di prodotti è ancora marginale rispetto al totale dei prodotti a marchio Shein”.
Nel febbraio 2025, l’AGCM ha comminato una sanzione pari a 8 milioni di euro a GLS in quanto l’iniziativa di sostenibilità ambientale “Climate Protect”, con cui il colosso della logistica aveva costruito la propria immagine green, era stata organizzata, finanziata e comunicata “senza la trasparenza, il rigore e la diligenza richiesti ad operatori di un settore molto inquinante, quale quello della spedizione, trasporto e consegna di merci”. L’Authority ha accertato l’utilizzo di dichiarazioni ambientali “ambigue e/o presentate in modo non sufficientemente chiaro, specifico, accurato, inequivocabile e verificabile”. Così come ha contestato a GLS l’aver imposto ai propri clienti (ad esclusione di quelli di grandi dimensioni, che incidono maggiormente sulle emissioni) il pagamento di certificati di compensazione CO₂ non richiesti, addebitando contributi di gran lunga superiori ai costi effettivamente sostenuti per il programma.
Sul fronte internazionale, un caso emblematico arriva dal Canada. Nel gennaio 2022 il Competition Bureau, l’Antitrust canadese, ha inflitto a Keurig Canada Inc. una sanzione da 3 milioni di dollari per “dichiarazioni ambientali false o fuorvianti” sulla riciclabilità delle proprie capsule di caffè monouso K-Cup.
Due le affermazioni entrate nel radar dell’Autorità. La prima: le capsule erano pubblicizzate come riciclabili, quando invece, al di fuori della Columbia Britannica e del Quebec, non erano “ampiamente accettate nei programmi di riciclo municipali”. La seconda: le istruzioni per preparare le capsule al riciclo lasciavano intendere che bastasse “rimuovere il coperchio e svuotare i fondi di caffè”, mentre molti programmi locali richiedevano passaggi aggiuntivi.
Oltre alla multa, l’azienda ha dovuto donare 800mila dollari canadesi a un’organizzazione ambientalista, modificare il packaging delle capsule K-Cup e pubblicare rettifiche in merito alla riciclabilità dei propri prodotti sui canali digitali.
Greenwashing e normativa 2026: le nuove regole europee per le imprese
I casi sopra descritti non sono episodi isolati. Sono il sintomo di un fenomeno ormai così diffuso da spingere il legislatore europeo ad agire: dotarsi di una normativa che tuteli i consumatori dalle pratiche di comunicazione ambientale ingannevole e obblighi le imprese a dimostrare ciò che dichiarano.
Cosa prevede la Direttiva 2024/825 (EmpCo: Empowering Consumers for the Green Transition)
La Direttiva 2024/825 (EmpCo) – approvata dal Parlamento europeo il 28 febbraio 2024 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea il 6 marzo 2024 – vieta le pratiche commerciali sleali legate alla sostenibilità:
- fare asserzioni ambientali generiche senza essere in grado di dimostrare le prestazioni ambientali a supporto;
- esibire etichette di sostenibilità non basate su sistemi di certificazione riconosciuti o stabiliti da autorità pubbliche;
- dichiarare sostenibile l’intero prodotto o l’intera azienda quando l’impegno riguarda solo un aspetto marginale;
- affermare che un prodotto abbia un impatto neutro, ridotto o positivo sull’ambiente basandosi esclusivamente su compensazioni di emissioni di gas a effetto serra;
- presentare come scelta volontaria a favore dell’ambiente ciò che costituisce semplicemente un obbligo di legge.
Recepita in Italia con il decreto legislativo 30/2026, la normativa aggiorna il Codice del consumo, introducendo una disciplina organica delle asserzioni ambientali.
Dal 27 settembre 2026, data in cui le nuove disposizioni diventano pienamente operative, le dichiarazioni legate al green marketing dovranno essere supportate da prove attendibili, comparabili e verificabili. Affermazioni generiche come “neutro” o “a impatto zero” senza documentazione a supporto saranno pratiche commerciali scorrette sanzionabili dall’AGCM.
La direttiva EmpCo è oggi il principale strumento anti-greenwashing strutturato a livello europeo: la proposta di Direttiva Green Claims (più ambiziosa, con obbligo di prove scientifiche preventive) è stata ritirata dalla Commissione europea nel giugno 2025 e i negoziati sono sospesi.
Come evitare il greenwashing: 7 consigli per comunicare la sostenibilità senza rischi
Evitare il greenwashing richiede metodo, prima ancora che buone intenzioni. Il framework elaborato dalla Harvard Law School nel forum dedicato alla Corporate Governance (“Greenwashing, navigating the risk”) lo sintetizza in tre pilastri: governance trasparente, comunicazione chiara e processi di due diligence ESG rigorosi. A seguire sette consigli pratici.
Le dichiarazioni ambientali devono essere comprensibili, basate su prove e prive di tecnicismi inutili. Termini generici come “verde” o “sostenibile” senza dati a supporto non sono ammessi. Non basta dire di essere sostenibili: bisogna dimostrarlo.
Quanto comunicato deve corrispondere a quanto realizzato. Discrepanze tra parole e fatti espongono a sanzioni e danni reputazionali.
Specificare i fattori di rischio e fornire qualifiche che evitino fraintendimenti sulle dichiarazioni di sostenibilità, soprattutto se previsionali. Gli obiettivi a lungo termine devono essere accompagnati da misure intermedie concrete.
Le affermazioni devono essere supportate da calcoli chiari e accessibili.
Coinvolgere consulenti terzi accreditati per validare le dichiarazioni socio-ambientali e rafforzarne la credibilità. Le certificazioni riconosciute sono anche una protezione in caso di contestazione.
Far esaminare ogni comunicazione pubblica sui temi ESG da esperti legali e team di audit prima della pubblicazione. Il costo di una revisione preventiva è incomparabilmente inferiore a quello di un procedimento sanzionatorio.
Il contrario del greenwashing è il silenzio strategico: tacere deliberatamente su obiettivi climatici e progressi raggiunti per evitare il rischio di controlli o accuse. Chi fa cose buone e non le comunica rinuncia a un vantaggio competitivo reale. Comunicare la sostenibilità nel modo giusto è possibile e vale la pena farlo.
FAQs sul Greenwashing
Il greenwashing è quando un’azienda fa credere di essere più sostenibile di quanto sia realmente, attraverso dichiarazioni ambientali vaghe, non verificabili o ingannevoli. Il termine – coniato nel 1986 da Jay Westerveld – combina “green” (ecologia) e “whitewash” (mascherare). Secondo la Commissione Europea, il 53% dei claim ambientali aziendali è vago o infondato.
Dal 27 settembre 2026, con il decreto legislativo 30/2026 che recepisce la Direttiva UE EmpCo (2024/825), le dichiarazioni ambientali generiche, infondate o non comprovate sono pratiche commerciali scorrette. L’AGCM può comminare sanzioni fino al 4% del fatturato annuo. Casi recenti: 8 milioni di euro a GLS Italia (febbraio 2025) e 1 milione di euro a Shein (agosto 2025).
La Direttiva UE 2024/825 (EmpCo) vieta le asserzioni ambientali generiche senza prove, le etichette di sostenibilità non certificate, la sostenibilità dichiarata solo per singoli prodotti, la compensazione delle emissioni come unico argomento per dichiararsi “carbon neutral” e la presentazione di obblighi di legge come scelte volontarie a favore dell’ambiente.
La comunicazione sostenibile legittima è supportata da dati misurabili e verificabili, da certificazioni riconosciute da enti terzi, da obiettivi intermedi documentati e da rendicontazioni che includono anche i limiti dell’impegno ambientale. Il greenwashing, al contrario, usa affermazioni generiche, evita i dati scomodi e non offre prove a supporto dei claim.
Sì, a condizione che i carbon credit siano certificati da standard riconosciuti (come Plan Vivo o Gold Standard), che l’azienda rendiconti le proprie emissioni totali (Scope 1, 2 e 3) prima di procedere alla compensazione, e che non si definisca “carbon neutral” basandosi esclusivamente sull’acquisto di crediti senza un piano di riduzione delle emissioni. La normativa EmpCo 2026 vieta esplicitamente questa pratica.











