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i risultati di cop28

Cala il sipario su COP28: cosa portiamo a casa da Dubai?

Mercoledì 13 dicembre si è conclusa a Dubai COP28. Quali sono i risultati che abbiamo ottenuto da questo vertice globale sul clima così importante e controverso? In questo articolo faremo un bilancio di COP28 tra vittorie, mancanze, reazioni a caldo e previsioni per il futuro.

Annalisa Gozzi 12 min di lettura

Nella COP28 è stato raggiunto un “risultato storico”

La sessione plenaria conclusiva di COP28 si è aperta mercoledì mattina – con un ritardo di circa 24 ore sul programma ufficiale. Nel giro di pochi minuti dall’inizio, il primo e più importante punto all’ordine del giorno – il testo finale del global stocktake – era già approvato.

Dopo centinaia di ore di negoziati quasi ininterrotti e appena 3 minuti di plenaria, il semplice suono di un martelletto ha segnato l’ingresso delle parole “combustibili fossili” nella storia scritta della diplomazia climatica.

I delegati, forse presi un po’ alla sprovvista da questo rapidissimo colpo di scena, si sono alzati in una confusa standing ovation, dopo di che il presidente di COP28, Sultan Ahmed Al Jaber, si è dilettato in un discorso di ringraziamento e celebrazione dello “risultato storico ” raggiunto.

conclusione della cop28

Perché tutto questo rumore su due parole: “combustibili fossili”?

Sulla ventottesima Conferenza delle Parti per il cima gravava – comprensibilmente – grande scetticismo per via del conflitto di interessi incarnato dalla controversa presidenza di Al Jaber (abbiamo parlato di aspettative e contraddizioni di COP28 qui). Eppure questa COP ci ha consegnato un “risultato storico” – insufficiente, problematico, sempre politico e mai davvero vincolante, certo – ma comunque storico, nell’accezione di “primato”. Un “world’s first” nella storia della diplomazia climatica.

La conclusione del primo global stocktake, il processo con cui ogni cinque anni si valutano i progressi realizzati verso gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, era uno dei risultati più attesi da questa COP. Il testo che chiude questo primo ciclo servirà da bussola per correggere la rotta dei Paesi membri, a partire dalla presentazione di nuovi piani determinati a livello nazionale (NDCs) entro il 2025.

E in questo testo-bussola si fa, finalmente, esplicitamente riferimento ai combustibili fossili. È la prima volta dalla nascita del processo multilaterale delle Nazioni Unite sul clima, vale la pena ripeterlo, se non altro per rimarcare il paradosso di questo primato.

Non è che ci fossero dubbi sul fatto che la responsabilità primaria della crisi climatica fosse da ascrivere a petrolio, carbone e gas. È che non si era ancora riusciti a metterlo nero su bianco, con apposta la firma di 198 Paesi, tra cui grandi esportatori e grandi consumatori di queste fonti di energia.

A COP28, in un petrostato quali gli Emirati Arabi Uniti, ce l’hanno fatta. Si può definirlo un successo, quindi?

Sì e no. Parliamone.

Al jaber alla plenaria
Abbiamo lavorato molto duramente per assicurare un futuro migliore alla nostra gente e al nostro pianeta. Dobbiamo essere orgogliosi dei nostri risultati storici.

Sultan Ahmed Al Jaber, presidente della COP28

Il testo finale della COP28: i 6 punti principali

Il paragrafo 28 del testo finale del global stocktake è stato quello più attenzionato in assoluto di questa COP. È qui che sono comparsi finalmente i combustibili fossili. Ed è qui che si elencano gli sforzi necessari in ambito energetico per ridurre le emissioni di gas serra in linea con l’obiettivo dell’accordo di Parigi di contenere l’aumento della temperatura globale entro gli 1.5°C.

Quali sono alcuni punti fondamentali di questo articolo?

  • Triplicare la capacità globale delle energie rinnovabili e raddoppiare il tasso annuale di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030: si tratta di due obiettivi fortemente sostenuti in particolare dall’UE già da prima del summit e riconosciuti dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) come “vitali” per mantenere l’1.5°C entro la sfera della fattibilità;
  • Accelerare gli sforzi per ridurre gradualmente la produzione energetica “non abbattuta” basata sul carbone: dove “non abbattuta” si riferisce alla produzione di energia in assenza di impianti di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS);
  • Allontanarsi dai combustibili fossili nei sistemi energetici in modo giusto, ordinato ed equo accelerando l’azione in questo decennio cruciale, per raggiungere il net zero entro il 2050 in linea con le indicazioni della scienza: il sotto-paragrafo più discusso di COP28 in cui si definiscono i termini – vaghi – della transizione dai combustibili fossili;
  • Spingere sull’acceleratore delle tecnologie zero o low-carbon: si menzionano come esempi le rinnovabili, il nucleare, le tecnologie di abbattimento e rimozione come le carbon capture and storage (CCS), in particolare nei settori più complessi da decarbonizzare, e la produzione di idrogeno a basso contenuto di carbonio;
  • Accelerare la riduzione delle emissioni di gas serra diversi dalla CO2, in particolare il metano, entro il 2030: un impegno molto importante per contrastare il cambiamento climatico, sopratutto sul breve termine in cui il metano ha un effetto molto più dannoso della CO2;
  • Eliminare i sussidi inefficienti ai combustibili fossili il prima possibile: si parla solo dei sussidi che non sono finalizzati alla riduzione della povertà energetica e a una transizione giusta. Questa specifica è stata accolta con grande scetticismo e scontento da parte dei piccoli stati insulari perché percepita come una voluta mancanza di chiarezza per lasciare una scappatoia.

COP28: che cosa è stato deciso sui combustibili fossili?

La formulazione con cui i combustibili fossili sono stati inseriti nel testo ha scavalcato le due alternative su cui si era discusso fino a soli due giorni prima dell’accordo. Non si parla di phase out, eliminazione graduale, e nemmeno di phase down, riduzione graduale.

È stata trovata una terza via. “Allontanamento dai combustibili fossili nei sistemi energetici in modo giusto, ordinato ed equo accelerando l’azione in questo decennio cruciale, per raggiungere il net zero entro il 2050 in linea con le indicazioni della scienza”.

Queste parole segnano l’inizio della fine dell’era dei combustibili fossili, con l’importantissima indicazione temporale di velocizzare gli sforzi entro il 2030. Secondo molti, però, sono parole troppo diluite rispetto al phase out, l’abbandono graduale dei combustibili fossili, per cui si sono duramente battuti ben 120 paesi trainati da Unione Europea e l’alleanza dei piccoli stati insulari (AOSIS).

Su un piano squisitamente linguistico non sembra ci sia una vera differenza semantica tra phase out e transition away, si tratta di abbandonare, gradualmente (carattere insito nell’etimologia di quel phase), i combustibili fossili. Eppure sembra che il phase out si sia impregnato di un senso di immediatezza, totalità e definitività tale per cui molti leader, attivisti e scienziati sono rimasti delusi dalla nuova formulazione. Forse anche perché mai come a questa COP se n’era parlato così concretamente, fino a vederlo nero su bianco in una bozza del documento finale.

Che si parli di phase out o di transitioning away, in entrambi i casi è necessario stabilire tempi, modi e mezzi finanziari adeguati, senza lasciare scappatoie. Sotto questo punto di vista il cosiddetto UAE consensus, il pacchetto finale di accordi raggiunti a Dubai, lascia molto a desiderare.

transizione dai combustibili fossili

I “buchi nella canoa” di COP28

I testi finali approvati mercoledì 13 dicembre nella plenaria conclusiva del vertice sono a tutti gli effetti dei compromessi, incompleti e imperfetti.

Lo ha espresso in un modo incredibilmente efficace il capo della delegazione delle Isole Marshall, John Silk: “Sono venuto qui dalla mia casa nelle isole per lavorare con tutti voi per risolvere la sfida più grande della nostra generazione. Sono venuto qui per costruire insieme una canoa per il mio Paese. Invece, abbiamo costruito una canoa con uno scafo debole e che perde, pieno di buchi.”

Tutto il fronte dei piccoli stati insulari si è mostrato deluso dalla portata incrementale e non trasformativa dei risultati di COP28.

Quali sono i “buchi” più preoccupanti di questo accordo finale?

Abbiamo fatto un progresso incrementale rispetto al business as usual, mentre ciò di cui abbiamo veramente bisogno è un cambio di passo esponenziale nelle nostre azioni.

Anne Rasmussen, rappresentante di Samoa, a nome dell’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari.

L’altro elefante nella stanza del clima: l’adattamento

L’azione climatica si compone di una duplice azione: la mitigazione degli impatti futuri della crisi climatica, tramite la riduzione delle emissioni di gas serra, e l’adattamento agli impatti già avviati e prossimi dovuti alle emissioni passate. Per intenderci, i sistemi di allerta rapida e le infrastrutture di contenimento delle alluvioni sono forme di adattamento.

Mentre la maggior parte dell’attenzione mediatica era concentrata sulla discussione in merito ai combustibili fossili, il famoso elefante nella stanza del clima finalmente additato a COP28, era in corso un altro importantissimo processo negoziale: quello sul Global Goal on Adaptation (GGA) introdotto già nel 2015 con l’accordo di Parigi (Art.7).

Il GGA ha l’obiettivo di stabilire un framework e dei target per guidare gli sforzi di adattamento globali e migliorare il sostegno all’adattamento nei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, il testo su cui è stato raggiunto un accordo a Dubai, non sembra essere sufficientemente ambizioso, temporalmente-chiaro e concreto in termini di finanziamenti.

I leader di molti stati Africani, come la Sierra Leone, che avevano spinto attivamente per la nascita del GGA, si sono detti profondamente insoddisfatti del risultato raggiunto, che non mette al centro del discorso la garanzia – quantitativa – dei mezzi di implementazione per i paesi in via di sviluppo.

le alluvioni del 2022 in bangladesh

Cosa ha fatto la COP28 per i finanziamenti?

Il primo, rumorosissimo, risultato ottenuto a COP28 è stata la capitalizzazione del fondo Loss and Damage (Perdite e Danni). Che questo consenso immediato sia stato orchestrato dalla presidenza emiratina per dissipare le critiche a lei rivolte, che sia stato reso possibile dalla trama di accordi commerciali tra i paesi che l’hanno trainato e gli Emirati, comunque il risultato c’è stato. Questo fondo ha lo scopo di compensare i danni causati dai cambiamenti climatici nei paesi più vulnerabili e al contempo meno responsabili di questa crisi, ed è finalmente attivo.

Tuttavia, la COP di Dubai non è riuscita a colmare l’immenso gap finanziario tra bisogni ed impegni (senza parlare del secondo gap tra impegni e fedeltà agli stessi).

Il Fondo Loss and Damage ha raccolto impegni per un totale di poco più di 700 milioni di dollari, che equivale a “meno dello 0,2% delle perdite economiche e non economiche irreversibili che i Paesi in via di sviluppo devono affrontare ogni anno”.

Non si è parlato solo di compensazione dei danni. Il trasferimento di finanziamenti, ma anche di tecnologie, dai paesi più industrializzati a quelli del Sud Globale è un nodo fondamentale delle discussioni sul clima. Senza questi finanziamenti, i paesi più vulnerabili e meno attrezzati di fronte alla crisi climatica non saranno in grado di attuare alcuna transizione ecologica, né di adattarsi a un clima che cambia.

A COP 28 sono proseguite le trattative per lo sviluppo di un obiettivo di finanziamento climatico a lungo termine post-2025 che sostituisca l’impegno di 100 miliardi di dollari all’anno (mai raggiunto) definito nuovo obiettivo collettivo quantificato (NCQG). Il tavolo di lavoro è stato imbandito e la sua definizione sarà uno dei principali punto all’ordine del giorno della COP29 che si terrà nel 2024 a Baku, in Azerbaigian.

Intanto, le questioni dell’allargamento della base di contribuenti, delle tempistiche e delle modalità di trasferimento restano largamente irrisolte dopo COP28, nonostante le molte dita puntate.

Ora si tratta di verificare se vengono mobilitati molti più finanziamenti per i Paesi in via di sviluppo, per contribuire a rendere possibile la transizione energetica.

Ani Dasgupta, presidente del World Resources Institute.

Qual è il lascito della COP28?

Finalmente dopo due settimane di tensione e frenesia, negli scorsi giorni è stato possibile lasciar cadere il polverone sollevato da COP28 e provare a fare delle analisi più fredde, più ragionate sui risultati che ha portato.

In tanti si sono posti una domanda squisitamente manichea: “È andata bene o è andata male?”. Ma forse non è questo il punto e si rischia di perdere tempo cercando la risposta giusta a una domanda sbagliata.

I risultati di questa COP, come di tutte le precedenti e di tutte le successive, dovrebbero essere letti per quello che sono: dei compromessi politici e pertanto inevitabilmente deludenti per almeno una parte. Ma, come ha detto Bill McKibben a Vox: “La buona notizia è che la COP non è il gioco, ma solo il tabellone.”

Le COP sono un processo multilaterale più unico che raro in cui paesi dagli interessi antitetici come l’Arabia Saudita e Tuvalu si siedono ogni anno allo stesso tavolo, ma non è a questi tavoli che si concretizza il cambiamento. La differenza si fa quando si passa dal piano linguistico a quello della realtà, dalle raccomandazioni alle policy e dalle policy alla loro attuazione, ma questa partita non si gioca davvero nelle sede negoziali ONU, bensì nei ministeri nazionali, nei consigli di amministrazione delle aziende e nei seggi elettorali.

È stato proprio il controverso Sultan Al Jaber a esprimerlo con estrema chiarezza “Un accordo è valido solo quanto la sua attuazione.” Ora sta agli stati programmare e attuare il proprio percorso che renda concrete la decisione presa a COP28 attraverso politiche nazionali adeguate.

Staremo a vedere.

· Aggiornato il 1 febbraio 2024

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